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mag172016

Acido acetilsalicilico non migliora prognosi nel distress respiratorio acuto

Acido acetilsalicilico non migliora prognosi nel distress respiratorio acuto
In uno studio pubblicato su JAMA in concomitanza con la sua presentazione al congresso dell'American Thoracic Society a San Francisco, Daryl Kor della Mayo Clinic di Rochester, Minnesota, e colleghi hanno valutato l'efficacia e la sicurezza della somministrazione precoce di aspirina (acido acetilsalicilico) per la prevenzione della sindrome da distress respiratorio acuto. «Il periodo che generalmente intercorre tra il ricovero e la comparsa della sindrome, stimato in circa due giorni, rappresenta una finestra, seppure breve, per una possibile prevenzione» esordisce il ricercatore, precisando che recenti studi osservazionali suggeriscono un potenziale ruolo preventivo della terapia antiaggregante nei pazienti con elevate probabilità di sviluppare sindrome da distress respiratorio acuto. Per approfondire l'argomento, Kor e colleghi hanno randomizzato poco meno di 400 pazienti a rischio di sindrome da distress respiratorio acuto sulla base di un punteggio di previsione del danno polmonare ad assumere aspirina o placebo entro 24 ore dalla presentazione in pronto soccorso. Dallo studio di fase IIb, cui hanno partecipato 16 ospedali universitari statunitensi, emerge tuttavia che la somministrazione di aspirina rispetto al placebo non riduce l'incidenza di sindrome da distress respiratorio acuto in modo significativo, con percentuali rispettive del 10,3% e dell'8,7%. Risultati sovrapponibili nei due gruppi anche in termini di eventi avversi, giorni liberi da ventilatore, permanenza in terapia intensiva e sopravvivenza a un anno. «Questi dati non supportano il passaggio a uno studio di fase III» concludono gli autori. E in un editoriale di commento Jason Christie della Perelman School of Medicine di Philadelphia scrive: «La sindrome da distress respiratorio acuto continua ad avere una significativa mortalità e morbilità nei pazienti in condizioni critiche, e una migliore comprensione della sua patogenesi, grazie al contributo di questo studio e di altri attualmente in corso, potrà offrirci la possibilità di identificare terapie farmacologiche capaci di migliorare la prognosi di questa grave malattia».
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