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dic132017

Anticoagulanti, 30% dei pazienti con fibrillazione atriale non li riceve

Anticoagulanti, 30% dei pazienti con fibrillazione atriale non li riceve
In Italia l'8,3% degli individui al di sopra dei 65 anni di età è affetto da fibrillazione atriale, la forma più frequente di aritmia cardiaca legata all'età, alla presenza di ipertensione, a infarto pregresso, e che in alcuni casi è del tutto asintomatica. È questo uno dei risultati del Progetto Fai: la Fibrillazione Atriale in Italia, finanziato dal Centro per il Controllo delle Malattie del Ministero della Salute e promosso dal Dipartimento NEUROFARBA dell'Università degli Studi di Firenze per valutare la frequenza della FA e l'aderenza agli standard internazionali di trattamento in un campione di 6.000 individui ultrasessantacinquenni. La fibrillazione atriale è un importante fattore di rischio per l'ictus, che nei pazienti che ne sono affetti è più severo e associato a maggiore invalidità; ogni anno si registrano 200 mila ricoveri per ictus di origine cardio-embolica.

Il rischio di complicanze può essere ridotto del 70% grazie agli anticoagulanti attualmente disponibili; da alcuni anni gli anticoagulanti ad azione diretta (Doac), o non-vitamina k dipendenti, si sono affiancati a warfarin, trattamento anticoagulante di riferimento. Dalla ricerca risulta anche che le percentuali di pazienti trattati con i Doac si stanno gradualmente allineando con quelle dei pazienti trattati con la vecchia terapia. Tra i vantaggi dei Doac, una più facile gestione della terapia che non richiede monitoraggio costante e non risente delle interazioni con cibo e farmaci, ad eccezione che per gli antimicotici e gli antiretrovirali. Tra i nuovi anticoagulanti orali, rivaroxaban, inizialmente approvato per la prevenzione del tromboembolismo venoso associato a interventi di protesi di anca o ginocchio, dal 2013 ha ottenuto l'indicazione per la prevenzione dell'ictus da fibrillazione atriale, per la prevenzione di recidive in pazienti colpiti da tromboembolismo venoso e più recentemente per i pazienti con Fa destinati a cardioversione.

Studi post marketing ne indicano inoltre l'efficacia anche nelle fasi acute della malattia trombotica, con costi inferiori e ospedalizzazione in genere più breve rispetto a quanto si verifica con la terapia parenterale. Nonostante in generale i Doac abbiano migliorato la compliance terapeutica, dalla ricerca emerge che il 30,7% del campione non viene ancora trattato con farmaci anticoagulanti, in alcuni casi per ragioni che dovrebbero essere state superate dalle linee guida più recenti: la presenza di fibrillazione atriale parossistica, considerata meno pericolosa, o la convinzione che i soli farmaci antiaritmici o antiaggreganti forniscano una buona protezione.


Stefania Cifani
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