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mar192014

Anziani politrattati e interazioni, Brignoli (Simg): più organizzazione sanitaria

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Un anziano americano su cinque prende farmaci per patologie croniche che "confliggono" tra loro. Il dato emerge da una ricerca della Oregon State University pubblicata sulla rivista Plos One. E in Italia qual è la situazione? «In Italia – riferisce il vicepresidente della Società italiana di medicina generale Ovidio Brignoli – risulta che gli anziani assumano mediamente oltre sette farmaci contemporaneamente. Si conoscono le interazioni fino a due o tre principi attivi ma quello che succede dopo è una sorta di guazzabuglio teorico e non si riesce a capire quali siano gli incroci di utilizzo delle vie metaboliche dopo il terzo farmaco. Nessuno è in grado di risolvere la questione e dunque i clinici si limitano a osservare il risultato finale. Se io prescrivo un medicinale per abbassare la pressione in aggiunta ad altri farmaci e vedo che il paziente raggiunge la pressione target senza sintomi avversi significativi, ho ottenuto il mio obiettivo». In assenza di dati certi forniti da ricerche peraltro difficili da impostare, secondo Brignoli sarebbe utile porre il problema a livello culturale: «Bisognerebbe aprire un discorso serio, domandandosi per esempio se ha ancora senso utilizzare farmaci, che possono interagire e dare effetti avversi, per abbassare il colesterolo o curare l’osteoporosi a un paziente di ottant’anni». Nei Paesi anglosassoni si sta imponendo il concetto della fragilità dovuta alle comorbidità, come condizione da affrontare anche con la definizione di obiettivi clinici e stabilendo una priorità degli interventi farmacologici. Secondo l’esponente Simg, questo approccio non è ancora entrato nella realtà italiana, in cui si sconta un’altra difficoltà: «È piuttosto ovvio che la regia complessiva delle terapie fornite dovrebbe essere in carico al medico di medicina generale, ma molto spesso c’è un conflitto di competenza con le aree specialistiche. Il paziente si rivolge a specialisti diversi e ciascuno prescrive farmaci per le singole patologie, senza considerare la condizione complessiva. E qui il problema diventa più generale, di organizzazione sanitaria».

Renato Torlaschi


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