Sanità

lug122019

Artrite reumatoide, 10% dei diagnosticati non ha accesso ai farmaci biologici

Artrite reumatoide, 10% dei diagnosticati non ha accesso ai farmaci biologici

Artrite reumatoide, secondo uno studio di Clicon health sulle Asl italiane il 10% dei diagnosticati non ha accesso ai farmaci biologici d-mards

Circa il 10% del totale dei pazienti affetti da artrite reumatoide, pur avendo ricevuto una diagnosi specifica, non ha alcun accesso ai cosiddetti farmaci b-dmards (biologic-disease modifying antirheumatic drugs). Questo il dato emerso dagli studi di Clicon Health, Economics & Outcome Research (società specializzata in progetti di studio dei database clinici e amministrativi di Asl, Mmg e centri specialistici), presentati nell'ambito di un convegno organizzato dalla Società italiana di reumatologia (Sir) e dall'Italian biosimilars group (Ibg) con la partecipazione delle associazioni di pazienti Apmar e Anmar.

Farmaci biologici e artrite reumatoide

I farmaci b-dmards, riferisce la nota, modificano l'andamento della patologia e la rallentano, a differenza dei normali anti-infiammatori non steroidei e dei corticosteroidi. Tuttavia, il miglioramento nella funzionalità delle articolazioni e nella riduzione della disabilità e della mortalità si riscontra solo in caso di somministrazione nelle fasi più precoci della patologia.
Lo studio di Clicon Health si è concentrato sui dati provenienti da un campione di Asl nel quinquennio 2013-2017, per poi proiettarli a livello nazionale. Inseriti nel calcolo i pazienti che hanno ricevuto una diagnosi di artrite reumatoide, le loro condizioni sono state valutate in base a una potenziale somministrazione di b-dmards in base a 3 criteri, sulla base delle linee guida: terapia fallimentare per 6 mesi con metotrexato (MTX) e avvio trattamento con un secondo DMARD convenzionale sistemico; trattamento da almeno 6 mesi con corticosteroide (almeno 7,5 mg. die); pazienti con controindicazione alla terapia con MTX (danno renale, interstiziopatia polmonare, danno epatico).
«Proiettando la valutazione di potenziale eleggibilità all'intera popolazione nazionale affetta da AR (circa 320 mila pazienti) ed escludendo ovviamente quelli già in trattamento con farmaci biologici - ha spiegato l'economista Luca degli Esposti - emerge che il 9.6% pazienti (cioè circa 30mila malati) presentano almeno uno o più dei criteri considerati di eleggibilità al trattamento con i biologici . Inoltre, una quota importante dei pazienti eleggibili al trattamento con farmaci biologici risulta essere in età lavorativa (50-69 anni)».
Secondo quanto riporta il presidente nazionale Sir, Luigi Sinigaglia, il dato risulta interessante anche alla luce dello scarso utilizzo di questa tipologia di farmaci in Italia, agli ultimi posti in Europa. «Vanno quanto prima individuate le cause di questo fenomeno per poter così proporre soluzioni concrete nell'interesse di migliaia di nostri connazionali alle prese con una patologia grave ed invalidante», ha concluso.
«In tutte le aree terapeutiche interessate i biosimilari hanno garantito l'accesso al trattamento a un numero sempre più ampio di pazienti, che hanno potuto beneficiare delle cure in una fase anticipata del decorso della malattia, ottenendo così anche una migliore qualità della vita - la riflessione del coordinatore dell'Italian biosimilars group, Stefano Collatina-. Il risparmio generato dovrebbe consentire a più pazienti di essere trattati all'interno del budget esistente mentre grazie agli accordi di gain sharing gli ospedali possono trattenere il risparmio (corrispondente alla differenza tra DRG e spese) per destinarlo ad altre esigenze di trattamento».
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