Sanità

apr282015

Biosimilari, gli esperti: da qui i risparmi per gli innovativi. Italia, foto in chiaroscuro

Biosimilari, gli esperti: da qui i risparmi per gli innovativi. Italia, foto in chiaroscuro
Il futuro è dei farmaci biologici e, in Europa, la sfida per le economie nazionali sarà quella di recuperare risorse per sostenerne i costi. La soluzione a portata di mano è quella di rendere accessibili a un numero sempre più elevato di pazienti i biosimilari che, a parità di sicurezza ed efficacia degli originatori, consentono risparmi nell'ordine del 20-30% da destinare proprio alle terapie innovative.
Il messaggio arriva da Londra, dove nei giorni scorsi si è tenuta la 13.ma Conferenza Ega (European biosimilars groups) che ha chiamato a raccolta 280 rappresentanti di 36 Paesi a discutere di prospettive del settore in termini di normative, accessibilità al mercato, sostenibilità del Sistemi sanitari nazionali.
«La classifica dei farmaci più venduti al mondo nel 2008 aveva ai primi 4 posti altrettante molecole di sintesi chimica quali Lipitor, Plavix, Nexium e Seretide», sottolinea Sarah Rickwood, Vice president European thought leadership, Ims Health.
«Nel 2014 è già tutto cambiato, con due biologici ai vertici, Humira e Lantus. Da qui al 2020 siamo certi che le 20 aziende Pharma più importanti avranno la maggior parte del fatturato determinato proprio da questa tipologia di farmaci con grossa preoccupazione per chi dovrà sostenerne i costi. Nonostante ciò, il mercato dei biosimilari, che potrebbe aprire spazi di risparmio per far fronte a tali novità, continua ad avere in Europa un andamento lento e variegato. Il potenziale del settore è enorme ma soggetto a troppe variabili legate processi regolatori, strategie concorrenziali, corrette informazioni a medici e pazienti e diversi approcci al problema da parte dei singoli Paesi».
E In Italia? A oggi sono 4 i farmaci di cui è disponibile il biosimilare: filgrastim, epoietina, somatotropina e il più recente infliximab, con l'insulina glargine prossima ad arrivare dopo l'autorizzazione Ema dei mesi scorsi.
Si registra, però, nel nostro Paese un impiego a macchia di leopardo nelle varie Regioni che si traduce in una diversa disponibilità di risorse e conseguente diversa opportunità di accesso dei pazienti alle nuove terapie.
«Tralasciando l'infliximab, solo di recente disponibile, abbiamo una media del 24% di utilizzo complessivo degli altri tre biosimilari, con estremi che vanno dal 53% in Toscana al 6% in Calabria», dice Francesco Colantuoni, coordinatore dell'Italian  biosimilars group (Ibg). «Nel 2013 l'Aifa ha deliberato un position paper di grande rilievo per il settore che fissa alcuni paletti fondamentali: i biosimilari non sono generici, non vanno in una lista di trasparenza, non c'è sostituibilità automatica, vanno usati nel paziente al primo trattamento e in continuità terapeutica c'è facoltà del medico alla sostituzione. La lettura di tale documento è stata interpretata diversamente dalle Regioni nelle gare di acquisto ed ecco che oggi ci ritroviamo in una situazione del tutto disomogenea».
Secondo le stime dell'Ibg, portare tutte le Regioni alla media italiana di un 24% d'impiego dei biosimilari liberebbe 8 milioni di euro. Se poi prendiamo la percentuale  virtuosa della Toscana, i risparmi salirebbero a 25-26 milioni.
«Oggi i pazienti sono molto più sensibili al concetto di risparmio a parità di efficacia e sicurezza perché intravvedono il rischio di una non sostenibilità dei costi per gli innovativi» prosegue Colantuoni. «Pensiamo, per esempio, al dibattito in corso sui nuovi farmaci contro l'epatite C. Le soluzioni per tentare di uniformare i comportamenti su tutto il territorio nazionale vanno trovate in Conferenza Stato-Regioni, magari attraverso un provvedimento normativo che consenta di allineare le procedure di acquisto. Il prescrittore, inoltre, dovrebbe essere incentivato. I professionisti sono disponibili a generare risparmi se però le ricadute li toccano da vicino, magari consentendo una maggiore facilità di prescrizione per farmaci nuovi o servizi in più nell'ospedale o nel reparto. Insomma, vanno coinvolti e le decisioni non posso essere calate loro dall'alto. Ancora una volta vale l'esempio della Toscana dove le istituzioni hanno prima messo i medici intorno al tavolo coinvolgendoli nel processo normativo e quando il sistema è entrato in vigore i professionisti sono stati disciplinati nell'adottare norme che avevano condiviso».

Nicola Miglino

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