Sanità

gen92018

Capitali, incompatibilità medica si estende a cliniche? Nel parere Cds nessuna indicazione

Capitali, incompatibilità medica si estende a cliniche? Nel parere Cds nessuna indicazione
Il parere del Consiglio di Stato ha chiarito alcuni aspetti dell'applicazione della Legge sulla Concorrenza, sulla base dei quesiti avanzati dal ministero il 3 novembre. Ma rimangono sul tappeto alcune questioni che preoccupano i farmacisti tra cui, nell'ambito dell'incompatibilità con l'esercizio della professione medica, la possibilità o meno da parte di cliniche, poliambulatori, case di cura di partecipare, in qualche modo, a società autorizzate all'esercizio della farmacia. Ne abbiamo parlato con Paolo Leopardi, avvocato e consulente Utifar. «La ratio della legge è chiara: medico e farmacista non possono convivere. Meno chiara è la formulazione» o meglio quanto «la norma di fatto vieta». Uno dei nodi è che, in generale, «le incompatibilità indicate sono in capo a chi stipula la società autorizzata all'esercizio farmaceutico, mentre non si estendono in modo esplicito alla loro provenienza, alle società da cui derivano».

Sul tema, il parere del Consiglio di stato, pubblicato il 3 gennaio, si è soffermato «in modo particolare sull'incompatibilità con la posizione di titolare, gestore provvisorio, direttore o collaboratore di altra farmacia» a fronte del quesito ministeriale finalizzato a capire "se l'applicazione della disposizione possa essere limitata unicamente ai casi in cui la partecipazione alle società di farmacia comporti lo svolgimento di analogo ruolo in seno alla farmacia ″sociale″ o comunque di un ruolo idoneo ad incidere sulle decisioni della società (es. amministratore) e non anche, quindi, ai casi in cui la partecipazione si sostanzi in un mero versamento di capitale, senza che il socio, di fatto, acquisisca alcun ruolo decisionale nell'ambito della società". Da qui è emersa una visione «estesa della incompatibilità, che riguarda quindi anche le società partecipate, per cui, per esempio, un titolare o gestore provvisorio di altra farmacia non può costituire una società attraverso cui partecipare una società autorizzata all'esercizio della farmacia». Un passaggio questo che, però, «non è stato oggetto di esame in relazione all'esercizio della professione medica. Su questo punto, quindi, nulla è cambiato. Per come è oggi indicata la misura, è chiaro che un medico non può partecipare a una società titolare di farmacia. Ma non esiste un divieto esplicito di partecipare a una società che gestisce la farmacia per una società che sia partecipata da medici o che svolga attività medica, pur non partecipata da medici. E questo è quello che sta accadendo e che faranno cliniche, case di cura o società che gestiscono ambulatori». Lo stesso discorso vale anche per «i punti riguardanti informatori scientifici e produttori». Per risolvere il nodo, come già accennato, occorrerebbe estendere «il concetto che l'incompatibilità tra farmacia e attività medica, che senza alcun dubbio è rivolta alle persone fisiche, sia rivolta anche alle società che hanno all'interno della compagine sociale medici o che svolgano attività medica». E tra le possibili soluzioni c'è anche quella legata all'attività notarile: «Se si ponesse a monte un obbligo da parte del notaio di verificare che le incompatibilità siano in capo oltre che al socio anche alle società da cui derivano, probabilmente sarebbe una bella soluzione». Cioè «nulla vieta di inserire e ribadire nello statuto delle società limiti soggettivi alla partecipazione del capitale o alla trasferibilità delle quote o delle azioni, emulando quello che è già accaduto nelle società tra professionisti - per esempio nel caso di ingegneri, architetti, e così via». E questo può essere fatto, in maniera condivisa e uniforme, «a fronte di una indicazione da parte del Consiglio del notariato, che ha una grande capacità di uniformazione del diritto e a cui i notai fanno riferimento creando delle vere e proprie prassi - difficilmente disattese».


Francesca Giani
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