Sanità

nov302018

Catene di farmacie: cosa cambia per i dipendenti a livello contrattuale

Catene di farmacie: cosa cambia per i dipendenti a livello contrattuale
Sono ormai diverse le multinazionali che stanno, da qualche tempo, comprando farmacie in varie parti d'Italia, realizzando, chi più chi meno, network che arrivano a poco meno (per ora) di 15 farmacie. Che cosa succede, nel passaggio di proprietà, ai dipendenti? Quali limiti ci sono nell'applicazione del contratto? Quali tutele? Abbiamo posto la domanda a Benedetta Mariani, presidente Fiafant e coordinatrice dei delegati Filcams Cgil delle farmacie Toscane, che ci ha fatto una panoramica a partire dalle esperienze del suo territorio, dove si stanno muovendo, spiega, «Walgreens Boots Alliance, Dr Max, Admenta ma anche Hippocrates Holding. Aziende che stanno acquistando anche in altre parti d'Italia, come per esempio Milano. In alcuni casi si tratta di multinazionali che erano già presenti come gestori di farmacie comunali, in altri nuovi soggetti».

Per quanto riguarda il contratto applicato, pur tenuto conto che tali soggetti non hanno - per ora - mai partecipato ai tavoli delle trattative, «la scelta è vincolata: dal momento che la farmacia è di fatto una concessione dello Stato e che chi detiene la titolarità è legato da un rapporto convenzionale, non è possibile applicare come contratto di riferimento quello del commercio, che viene usato, invece, in molti casi, nelle parafarmacie e nei corner della Gdo. I contratti possibili rimangono, quindi, quello di Assofarm, normalmente applicato nelle farmacie comunali, che, però, al di fuori di questo ambito non viene di fatto preso in considerazione, e quello di Federfarma. Non a caso, nella declaratoria dei contratti nazionali dei dipendenti di farmacia, in relazione all'ambito di applicabilità si fa riferimento alle farmacie in generale e non, in esclusiva, alle farmacie aderenti alla rappresentanza». Ma il contratto «elaborato sulla base di un contesto completamente diverso rispetto a quello attuale che si è venuto a determinare dopo la legge Concorrenza, presenta una serie di aspetti che non trovano una definizione normativa e che invece la richiederebbero.

Il primo riguarda per esempio i trasferimenti: se in precedenza il tetto massimo di farmacie per provincia era di quattro sedi, ora ci troviamo in una situazione in cui è stato fissato un limite del 20% di presidi riconducibili a una stessa proprietà per regione. È chiaro che, in questo quadro, paletti e regole andranno definite. Ma c'è poi anche l'importante capitolo dei permessi e delle deleghe sindacali, così come quello dell'assistenza sanitaria integrativa, che stiamo chiedendo di sviluppare ormai da diverso tempo». Che ricadute ha questa assenza? «Per tutti gli aspetti che non sono approfonditi all'interno di un contratto nazionale si rimanda a quanto contenuto nel Codice Civile nello Statuto dei Lavoratori. È chiaro, però, che la contrattazione nazionale, in generale, è migliorativa perché va a definire condizioni aggiuntive, di precisazione o integrative rispetto ai minimi di legge». Una situazione, in prospettiva, destinata a cambiare anche se con il limite che, «in questo rinnovo di contratto, le multinazionali o catene di grandi dimensioni per ora non sono presenti al tavolo. Probabilmente, tali questioni si porranno con maggiore intensità nel momento in cui le catene saranno maggiormente presenti e riconoscibili».

C'è infine il tema del passaggio di proprietà: quali tutele ci sono? «Il passaggio di proprietà è sicuramente delicato. C'è un aspetto da considerare: per il momento grandi aziende stanno comprando per lo più farmacie all'asta e, nella maggior parte dei casi, sono presidi con pochi dipendenti, in genere, quindi, al di sotto dei quindici. Quando i numeri sono piccoli, non c'è obbligo per le aziende di coinvolgere i sindacati e anche nel caso di eventuali licenziamenti, se sotto le 5 persone, non c'è l'obbligo di trattativa collettiva. Per altro, nel contratto dei dipendenti di farmacia non sono previste tutele particolari, se non in relazione al passaggio del Tfr». C'è comunque una riflessione da fare: «Pur con una situazione disomogenea, stiamo rilevando che c'è la tendenza a riconoscere che chi ha il contatto con il territorio, con la popolazione, con la clientela è il farmacista al banco. Tende a prevalere quindi, nella valutazione, la necessità di continuità di gestione della farmacia e di fidelizzazione della clientela».

Francesca Giani

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