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mar92016

Con idarucizumab inizia l'era degli antidoti ai nuovi anticoagulanti orali

Con idarucizumab inizia l’era degli antidoti ai nuovi anticoagulanti orali
L'impiego dei nuovi anticoagulanti orali (Nao) sta assumendo un ruolo sempre più strategico nella prevenzione di eventi tromboembolici in pazienti a rischio. Per questo è importante disporre - per le rare situazioni d'emergenza - di strumenti che ne inattivino gli effetti in maniera rapida, specifica e sicura. Se ne è parlato in un incontro a Milano, in occasione della presentazione di idaracizumab, frammento di anticorpo umanizzato sviluppato come farmaco per inattivare in modo specifico, quando ciò sia necessario, l'effetto anticoagulante di dabigatran. Quest'ultimo, inibitore diretto della trombina, è stato il primo Nao a essere sviluppato, offrendo maggiore sicurezza ai pazienti affetti da fibrillazione atriale non valvolare nella prevenzione dell'ictus ischemico. «Rispetto alla terapia anticoagulante tradizionale, i Nao sono efficaci almeno quanto warfarin ma più sicuri, non necessitano di controlli ematici costanti, hanno scarsissime probabilità di interazioni con alimenti e altri farmaci, sono somministrati a dosaggio fisso e presentano un ridotto rischio di emorragie cerebrali rispetto alla terapia tradizionale» ricorda Giuseppe Di Pasquale, direttore dell'Unità operativa di Cardiologia dell'Ospedale Maggiore di Bologna. «Tuttavia» aggiunge «esistono ancora alcune remore riguardo l'uso di questi farmaci per la mancanza in un antidoto in caso di emergenza. Ecco perché l'arrivo di idarucizumab assume una particolare importanza». La disponibilità di idarucizumab, cioè, offre ai clinici maggiore sicurezza nella prescrizione di dabigatran, il primo Nao in assoluto per il quale esiste un inattivatore specifico che ne neutralizza gli effetti terapeutici in maniera rapida e sostenuta nel tempo. Va sottolineato che sono numerose le evidenze di sicurezza relative a dabigatran, l'unico Nao che attualmente vanta un follow-up di oltre 6 anni.

«Se i Nao hanno ridotto, rispetto al trattamento anticoagulante orale tradizionale il rischio di sanguinamento cerebrale (il più pericoloso per la vita)» afferma Anna Maria Ferrari, direttore del dipartimento di Emergenza Urgenza dell'Azienda Ospedaliera Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia «ciò non significa che non si possano verificare sanguinamenti gravi, specie in caso di pazienti politraumatizzati o quando vengano richiesti interventi chirurgici urgenti (per esempio l'eliminazione di ematomi cerebrali) che non sarebbe possibile effettuare in presenza di un'anticoagulazione attiva».

Questa non è la pratica clinica comune, precisa Ferrari, «ma nel momento in cui si verificasse un'emergenza, l'antidoto fa veramente la differenza. L'Azienda Ospedaliera presso la quale opero fa parte dei 10 Centri italiani entrati nella sperimentazione di idarucizumab che, nel nostro caso, abbiamo utilizzato su 5 pazienti, verificandone la sicurezza e l'efficacia» e dando la possibilità di intervenire su alcuni pazienti gravi, consentendo di affrontare con maggior sicurezza un sanguinamento in corso di trattamento anticoagulante con dabigatran. Un elemento interessante di idarucizumab, secondo Marco Moia, responsabile dell'Unità operativa di Terapia anticoagulante della Fondazione IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico, Mangiagalli e Regina Elena di Milano e Presidente dei Centri di Terapia anticoagulante orale (Fcsa) «è che non produce alcun effetto pro-trombotico. È un inattivatore altamente specifico per dabigatran e agisce in modo totalmente differente rispetto ai concentrati di protrombina (generalmente usati per neutralizzare l'effetto dell'anticoagulazione tradizionale): grazie al suo meccanismo, infatti, elimina in pochi minuti dalla circolazione sanguigna il dabigatran, riportando la coagulazione a una situazione di normalità». Inoltre, evidenzia Moia «idarucizumab è importante anche nei pazienti che assumono dabigatran per eventi di tromboembolismo venoso (ulteriore indicazione per cui il farmaco è approvato). In questi casi, infatti, la terapia anticoagulante orale è prescritta per un periodo che può essere anche molto lungo (minimo 6 mesi), per evitare eventuali recidive». È stato sottolineato dai tre esperti, infine, che sono già disponibili nei centri più importanti kit di laboratorio che permettono di identificare con certezza il Nao impiegato - nei casi in cui non sia noto e non sia possibile saperlo dal paziente o da eventuali accompagnatori - consentendo l'impiego mirato dell'antidoto.
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