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ott212015

Consumo di integratori, in Usa indagine sui ricoveri in pronto soccorso per effetti avversi

Consumo di integratori, in Usa indagine sui ricoveri in pronto soccorso per effetti avversi
L'uso degli integratori alimentari, ovvero prodotti di erboristeria, oppure contenenti vitamine e minerali, è responsabile di qualcosa come 23.000 visite di pronto soccorso all'anno, secondo quanto conclude uno studio finanziato dall'US Department of health and human services e appena pubblicato sul New England Journal of Medicine. Gli epidemiologi della Food and drug administration e dei Centers for disease control and prevention (Cdc) coordinati da Daniel Budnitz, ricercatore della Healthcare quality promotion ai Cdc, hanno usato un campione rappresentativo a livello nazionale delle visite effettuate nei dipartimenti di emergenza per capire quanto e come gli integratori possano causare i maggiori problemi di salute nei diversi gruppi di età. «Gli integratori alimentari, come i prodotti a base di erbe o micronutrienti, sono comunemente usati negli Stati Uniti e in altri paesi, eppure i dati a livello nazionale sui loro possibili effetti collaterali sono ancora piuttosto limitati» spiega il ricercatore, che assieme ai colleghi ha voluto approfondire l'argomento utilizzando i dati di sorveglianza relativi a 63 dipartimenti di pronto soccorso di centri ospedalieri nordamericani dal 2004 al 2013. Così facendo i ricercatori hanno scoperto che gli integratori a base di micronutrienti come ferro, calcio e potassio erano più spesso in causa nelle persone anziane, provocando reazioni allergiche o disturbi della deglutizione. Nei giovani adulti, invece, a giocare la parte del leone erano i prodotti dimagranti ed energetici, sovente responsabili di sintomi cardiovascolari come palpitazioni e tachicardia. «In pronto soccorso spesso si omette di chiedere ai pazienti se sono soliti assumere un integratore alimentare, nonostante sia noto che quasi metà della popolazione statunitense adulta ne faccia uso occasionale oppure quotidiano. Ma a giudicare dai potenziali effetti avversi che emergono dai nostri risultati sarebbe meglio chiedere, specie nelle persone con sintomi cardiaci o neurologici inspiegabili» conclude l'epidemiologo dei Cdc.

N Engl J Med. 2015. doi: 10.1056/NEJMsa1504267
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