Sanità

set302021

Covid, London Imperial College: sette sintomi predittivi di infezione. Ecco quali sono

Covid, London Imperial College: sette sintomi predittivi di infezione. Ecco quali sono

Uno studio condotto su un oltre un milione di persone in Inghilterra ha rivelato una serie di sintomi, 7 per la precisione, predittivi delle positività al Covid

Uno studio condotto su un oltre un milione di persone in Inghilterra ha rivelato una serie di sintomi, 7 per la precisione, predittivi delle positività al Covid, che potrebbero migliorare il rilevamento dei casi se venissero inclusi nei criteri di testing. Così l'Imperial College di Londra ha comunicato i risultati dello studio REACT-1, realizzato in collaborazione con Ipsos MORI e finanziato dal Dipartimento della sanità e dell'assistenza sociale, che ha dimostrato che limitando solo ad alcuni sintomi, febbre, tosse continua, perdita o alterazione dell'olfatto o del gusto, l'idoneità a sottoporsi al test molecolare (Pcr) si perde una quota importante di positivi.

I sintomi associati al Covid

L'Imperial College spiega che "i test con tamponi e i questionari raccolti tra giugno 2020 e gennaio 2021, hanno mostrato che oltre ai sintomi sopra citati, anche brividi, perdita di appetito, mal di testa e dolori muscolari erano i più fortemente legati alla positività al Covid". E precisa, infatti, che in Inghilterra le persone sono "incoraggiate a fare un test PCR COVID-19 quando presentano almeno uno dei seguenti sintomi: febbre, tosse continua, perdita o cambiamento dell'olfatto o del gusto". Sulla base dei dati raccolti, i ricercatori stimano che in questo modo si rileverebbe "circa la metà di tutte le infezioni sintomatiche. Mentre se i sintomi aggiuntivi fossero inclusi nella valutazione dell'idoneità alla Pcr, si potrebbe migliorare la rilevazione fino a tre quarti delle infezioni sintomatiche".

Obiettivo è migliorare il la rilevazione dei casi

«Questi risultati suggeriscono che molte persone con COVID-19 non vengono testate - e quindi non isolate - dichiara Paul Elliott, direttore del programma REACT presso l'Imperial - perché i loro sintomi non corrispondono a quelli usati nelle attuali linee guida sulla salute pubblica per aiutare a identificare le persone infette. Comprendiamo la necessità di criteri di test chiari e che includere molti sintomi che si trovano comunemente in altre malattie come l'influenza stagionale potrebbe rischiare che le persone si isolino inutilmente. Ma l'obiettivo di avere a disposizione sintomi più predittivi significa ottimizzare il rilevamento delle persone infette». La ricerca ha anche esplorato se l'emergere della variante alfa (B.1.1.7, identificata per la prima volta nel Kent) del coronavirus fosse collegata a un diverso profilo di sintomi rispetto al ceppo "selvaggio" (il primo nuovo coronavirus identificato). Il confronto tra i sintomi auto-riferiti dai pazienti, ha mostrato che i sintomi predittivi dell'infezione della variante alfa erano ampiamente simili a quelli predittivi dell'infezione del tipo "selvaggio". Tuttavia, in linea con i risultati dell'ONS, la nuova tosse persistente e il mal di gola erano più predittivi della variante alfa e la perdita o il cambiamento dell'olfatto erano più predittivi del tipo selvatico.
«Con il progredire dell'epidemia e l'emergere di nuove varianti, è essenziale continuare a monitorare il modo in cui il virus colpisce le persone in modo che i programmi di test soddisfino le mutevoli esigenze», ha affermato Joshua Elliott, della School of Public Health dell'Imperial College di Londra. «Speriamo che i nostri dati contribuiscano a fornire una guida per i test e lo sviluppo di sistemi che potrebbero aiutare a identificare meglio le persone che dovrebbero sottoporsi a un test COVID-19 in base ai loro sintomi».
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