Sanità

mar252020

Coronavirus, disomogenea la tutela dei farmacisti al banco. Nel protocollo per Ssn tamponi e Dpi

Coronavirus, disomogenea la tutela dei farmacisti al banco. Nel protocollo per Ssn tamponi e Dpi

La tutela dei farmacisti al banco è disomogenea nelle farmacie pubbliche e private : il punto dai sindacati

Resta vivo il cordoglio dalla professione per un altro farmacista, il terzo in pochi giorni, titolare di una parafarmacia a Nettuno, scomparso e da parte della categoria si rinnovano gli appelli affinché vengano ampliate le misure di sicurezza per tutelare chi lavora a contatto con i cittadini. Una situazione che, a tutti i livelli e in tutti i settori, sta preoccupando le parti sociali, che stanno procedendo con la stipula protocolli di sicurezza: dopo quello del 14 marzo, tra sigle confederali e Governo, che ha riguardato tutte le aziende, ieri è stato firmato un documento con il Ministero della salute per chi lavora per il Ssn. Ma intanto per i farmacisti del territorio continuano ad arrivare le preoccupazioni per una situazione di disomogeneità.


Dipendenti di farmacia pubblica e privata: il punto dai sindacati

«Da settimane» si legge in una nota pubblicata su farmacie.blog «chi lavora al banco è molto sotto pressione». Dopo «il primo Decreto che ha esteso l'allarme a tutta l'Italia, la Filcams nazionale ha scritto a Assofarm e Federfarma chiedendo di prevenire il contagio dei farmacisti e degli altri lavoratori, rivalutando urgentemente nei DVR (obbligatori) il rischio biologico e applicando tutte le precauzioni utili a proteggerli (mascherine, guanti, schermi di plexiglass).
Alcune Filcams metropolitane (Milano, Firenze) hanno esteso per conoscenza questa richiesta ai sindaci, titolari di farmacie comunali, oltre a confrontarsi direttamente con le aziende. Le Associazioni datoriali hanno risposto che stavano prendendo le precauzioni, dando poi disponibilità al confronto su eventuali criticità». Nonostante già dalle scorse settimane la categoria, con tutte le sue rappresentanze, si sia mossa per chiedere a Governo e Istituzioni «la fornitura di DPI ai farmacisti, come al resto del personale sanitario, ad ora nella maggior parte dei presidi sono arrivate forniture del tutto inadeguate per quantità e spesso anche qualità. In dieci giorni, molti interventi sono stati fatti, di adeguamento strutturale (schermi di plexiglass), di fornitura di DPI (guanti, mascherine prevalentemente chirurgiche visto che quelle col filtro scarseggiano anche negli ospedali), di adeguamento delle procedure (sospensione dei servizi di autoanalisi e misurazione pressione, affissione di cartelli riguardo al contingentamento degli accessi, segnalazioni delle distanze di sicurezza, fornitura di gel disinfettanti ad uso della clientela) con il coinvolgimento delle rappresentanze sindacali dove presenti e degli RLS», ma «riceviamo ancora segnalazioni di disomogeneità nelle azioni di prevenzione e protezione». E, anche alla luce di questo, da più parti è stata chiesta la possibilità di operare a battenti chiusi, concessa in maniera disomogenea sul territorio: ma «siamo determinati a insistere nella richiesta di omogenea attenzione da porre sul tema di salute e sicurezza sul lavoro, come prescritto da tutte le norme a partire dalla legge 81/08 fino ad arrivare al Protocollo del 14 marzo 2020». In particolare, «come richiesto dalle rappresentanze toscane» laddove permesso la richiesta è di «tenere i battenti chiusi in tutte le farmacie in cui il datore di lavoro non riesca ad assicurare i DPI e gli interventi strutturali atti a ridurre il rischio per i lavoratori, come valutati dagli RSPP nei DVR secondo il Dlgs 81/08». Noi «siamo al lavoro tutti i giorni anche in tempi di Covid19, a consigliare e rassicurare, a dispensare e ascoltare, ma pretendiamo di farlo in condizioni di sicurezza adeguate come tutti gli altri lavoratori che garantiscono i servizi essenziali. Non vogliamo che ci siano più colleghi costretti ad andare avanti in queste condizioni, mentre i casi si diffondono e il rischio aumenta per tutti».


Il protocollo per le strutture Ssn

Intanto, è stato firmato ieri tra sigle confederali e il Ministro della Salute (mentre mancano le sigle di categoria) un "Protocollo per la prevenzione e la sicurezza dei lavoratori della Sanità in ordine all'emergenza da Covid-19", che va a integrare quello del 14 marzo e che riguarda «tutto il personale che opera nei servizi e nelle strutture sanitari, socio sanitari e socio assistenziali sia pubblici che privati, e nei servizi territoriali (MMG, PLS, specialistica ambulatoriale, continuità assistenziale)». In particolare, viene prevista, come si legge nella nota, «particolare attenzione alla necessità di fornire agli operatori gli adeguati dispositivi di protezione individuale e, soprattutto, posta la necessità di assicurare a tutto il personale esposto l'effettuazione dei fondamentali test diagnostici, prevedendo anche la loro ripetizione nel tempo, secondo criteri stabiliti dal Comitato Tecnico Scientifico per l'emergenza Covid-19». Inoltre si prevede «l'istituzione di un 'Comitato Nazionale' che si avvarrà della partecipazione delle organizzazioni sindacali per il continuo monitoraggio delle varie situazioni, il coinvolgimento anche territoriale dei rappresentanti aziendali dei lavoratori e della sicurezza e, soprattutto, per importanti misure finalizzate a garantire la salute dei lavoratori del settore e degli stessi cittadini del Paese».

Ecco alcuni dei punti di cui le parti condividono la necessità:
- garantire in via prioritaria a tutto il personale che opera nei servizi oggetto del presente protocollo gli standard di protezione in maniera rigorosa, secondo le evidenze scientifiche e secondo il più prudente principio di cautela. La valutazione del rischio di esposizione al SARS- CoV-2 sarà effettuata dal datore di lavoro nel rispetto di quanto previsto dal D. Lgs 81/2008, e in base alle disposizioni fornite con circolari del Ministero della Salute;
- garantire la fornitura dei Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) nella quantità adeguata e con rispondenza degli stessi ai requisiti tecnici necessari a tutelare la salute sia dei professionisti ed operatori che dei cittadini, garantendo altresì idonei percorsi di addestramento al corretto utilizzo degli stessi. L'utilizzo dei DPI, nel rispetto dell'indicazione degli organismi tecnico scientifici, eÌ obbligatorio per poter svolgere le attività;
- confrontarsi per valutare ogni possibile opzione atta a fornire DPI che offrono un livello di protezione dei lavoratori anche superiore a quello ritenuto adeguato dagli organismi tecnico scientifici;
- assicurare che tutto il personale esposto che opera nei servizi oggetto del presente protocollo, in via prioritaria venga sottoposto ai test di laboratorio necessari ad evidenziare l'eventuale positività al SARS-CoV-2, anche ai fini della prosecuzione dell'attività lavorativa, prevedendo anche l'eventuale cadenza periodica, secondo criteri stabiliti dal citato CTS e dalle circolari ministeriali;
- definire una procedura omogenea per l'intero territorio nazionale che stabilisca, sotto il profilo operativo e della definizione delle responsabilità, i percorsi di sorveglianza a cui devono essere sottoposti i lavoratori, ed in particolare quelli venuti a contatto con pazienti positivi al COVID-19;
- definire, con il concorso del CTS, percorsi accertativi e misure di salvaguardia per il personale idoneo al lavoro ma affetto da patologie pregresse che lo espongano maggiormente al rischio di contrarre infezione da COVID-19;
- assicurare le necessarie operazioni di sanificazione nei luoghi di lavoro, senza compromettere la necessaria ed indispensabile funzionalità delle strutture, utilizzando a tal fine, per le strutture private, qualora fosse necessario, in caso di sospensione delle attività o chiusura delle stesse, gli ammortizzatori sociali già previsti dagli articolo da 19 a 22 del d. 1.17 marzo 2020, n. 18;
- verificare, in relazione all'evoluzione della situazione epidemiologica e della maggiore disponibilità di personale sanitario, e attraverso il confronto con il Comitato previsto dal presente Protocollo, le previsioni dell'art. 7 del D.L. n. 14 del 9 marzo 2020 nella prospettiva del ripristino delle ordinarie condizioni per la sorveglianza sanitaria.


Cosa prevede la normativa

D'altra parte il tema della sicurezza di chi lavora nei servizi considerati essenziali è tra quelli al centro della politica. Il Dpcm del 22 marzo, che ha disposto la chiusura di attività non considerate essenziali, ha previsto che «le imprese le cui attività non sono sospese rispettano i contenuti del protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus covid-19 negli ambienti di lavoro sottoscritto il 14 marzo 2020 fra il Governo e le parti Sociali (art. 1, comma 3)».
Un concetto ribadito anche nel Dpcm del 24, che, come si legge nella nota, ha messo ordine tra tutte le misure di contenimento che a livello nazionale o locale possono essere adottate: tra le misure adottabili infatti c'è anche «l'obbligo che le attività consentite si svolgano previa assunzione di misure idonee a evitare assembramenti di persone, di garantire il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale e, per i servizi di pubblica necessità, laddove non sia possibile rispettare tale distanza interpersonale, previsione di protocolli di sicurezza anti-contagio, con adozione di strumenti di protezione individuale».


Continua l'allarme anche tra i medici

Ma, anche tra i medici di medicina generale, continua l'allarme: «Sono trenta i medici morti in Italia» ha scritto il segretario generale del principale sindacato della medicina generale Fimmg Silvestro Scotti «di cui 17 medici di famiglia. Tra ieri e oggi, dei 6 medici morti ben 5 sono medici di famiglia». Purtroppo, ogni giorno mi chiedo se ho dimenticato qualcosa, se avessi potuto fare, pensare o agire qualcosa di più. Sento forte questa domanda dentro di me, altrettanto forte il desiderio di continuare a cercare delle soluzioni. Voglio sperare dal profondo del mio cuore che questa stessa condizione riguardi tutti quelli che hanno più di me responsabilità direzionali e di governance a tutti i livelli e che soprattutto valutino se ognuno di loro ha fatto tutto quello che poteva per tutti gli attori della nostra sanità».

Francesca Giani
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