Diritto

ago82014

Corte Costituzionale su farmaci fascia C soggetti a prescrizione medica

Vendita nelle parafarmacie dei medicinali di fascia C soggetti a prescrizione medica: per la Consulta non è illegittima la norma che lo vieta in quanto compatibile con gli articoli 3 e 41 della Costituzione.

Il Tar Calabria - nel corso di un giudizio promosso da un farmacista per ottenere l'annullamento di un provvedimento emesso da una Azienda sanitaria provinciale, relativo all'autorizzazione alla vendita di medicinali - dubitando della legittimità costituzionale dell'art. 5 comma 1 Decreto Legge n, 223/2006 convertito, con modificazioni, dalla Legge n. 248/2006, nella parte in cui non consente alle cosiddette parafarmacie la vendita di medicinali di fascia C soggetti a prescrizione medica, ha sollevato relativa questione di legittimità (costituzionale) in riferimento agli articoli 3 e 41 della Carta costituzionale.
Secondo il Tribunale amministrativo remittente essendo quella del farmacista un'attività imprenditoriale, finalizzata però all'erogazione ai cittadini di un servizio di fondamentale importanza, il divieto di vendita nelle parafarmacie dei farmaci in questione non si giustificherebbe in nome della necessità di tenere sotto controllo la spesa pubblica destinata all'assistenza farmaceutica, trattandosi di farmaci ad integrale carico del cittadino. Oltre a ciò, sarebbe illogico consentire la vendita nelle parafarmacie di farmaci che non richiedono la prescrizione del medico - con evidente maggiore responsabilità in capo al farmacista - e non consentire la vendita di farmaci soggetti a prescrizione, per i quali la verifica effettuata dal medico riduce notevolmente la sfera di libertà decisionale (e la conseguente responsabilità) in capo al farmacista venditore; e, d'altra parte, in un sistema affidato al principio della libertà dell'iniziativa economica, i limiti che ad essa possono essere posti debbono essere in funzione di tutela dell'utilità sociale, della libertà, sicurezza e dignità umana, mentre l'inserimento di un maggior numero di operatori sul mercato interno consentirebbe la creazione di «una dinamica dei prezzi che andrebbe a beneficio dei consumatori».  
La Corte Costituzionale, prima di delineare i motivi per i quali ha ritenuto infondata la questione, ha sottolineato alcuni temi. Tra essi, in primo luogo, si è evidenziato che il regime delle farmacie rientra nella più ampia materia della «tutela della salute», tanto che il sistema di regolamentazione dell'attività di rivendita dei farmaci è preordinato al fine di assicurare e controllare l'accesso dei cittadini ai prodotti medicinali ed in tal senso a garantire la tutela del fondamentale diritto alla salute, restando solo marginale, sotto questo profilo, sia il carattere professionale sia la natura commerciale dell'attività del farmacista. Nell'ottica di garantire e tutelare il diritto alla salute - ha aggiunto la Corte - il legislatore ha organizzato il servizio farmaceutico secondo un sistema di pianificazione sul territorio per evitare una concentrazione eccessiva di esercizi in zone più popolose e redditizie e allo stesso tempo una copertura insufficiente in altre zone meno abitate.

Nel contempo il farmacista è stato fatto destinatario di una serie di obblighi in continua evoluzione in connessione al tempo e al progressivo sviluppo delle conoscenze in materia farmacologica. Si tratta di un sistema di regolamentazione pubblicistica dell'attività di rivendita dei farmaci che va osservato nella sua globalità e i cui punti di equilibrio restano affidati al legislatore nei limiti della ragionevolezza delle scelte compiute.

La Corte Costituzionale ha dichiarato in conclusione non fondata la sollevata questione di legittimità, per non essere configurabile una violazione dell'art. 3 Costituzione, non essendo irragionevole la previsione che per determinati medicinali, periodicamente individuati dal Ministero della salute dopo aver sentito l'Agenzia italiana del farmaco, permanga l'obbligo della prescrizione medica e, di conseguenza, il divieto di vendita nelle parafarmacie. Benché sussistano una serie di elementi comuni alle farmacie e alle parafarmacie, fra i due esercizi permangono una serie di significative differenze, tali da rendere la scelta del legislatore non censurabile in termini di ragionevolezza. Le farmacie, infatti, proprio in quanto assoggettate ad una serie di obblighi che derivano dalle esigenze di tutela della salute dei cittadini, offrono necessariamente un insieme di garanzie maggiori che rendono non illegittima la permanenza della riserva loro assegnata. La totale liberalizzazione della vendita dei farmaci di fascia C soggetti a prescrizione medica - che sono medicinali con una maggiore valenza terapeutica, risultando altrimenti privo di senso l'obbligo di prescrizione - verrebbe affidata ad esercizi commerciali che lo stesso legislatore ha voluto assoggettare ad una quantità meno intensa di vincoli e adempimenti, anche in relazione alle prescrizioni.
Neppure la Corte ha ritenuto poter pervenire ad una diversa conclusione in relazione all'art. 41 Costituzione e il principio di tutela della concorrenza, rilevando che «l'incondizionata liberalizzazione di quella categoria di farmaci inciderebbe, con effetti che non sono tutti prevedibili, sulla distribuzione territoriale delle parafarmacie le quali, non essendo inserite nel sistema di pianificazione sopra richiamato, potrebbero alterare il sistema stesso, che è posto, prima di tutto, a garanzia della salute dei cittadini.»
Infine, nella sentenza in rassegna, è stata richiamata la pronuncia della Corte di giustizia dell'Unione europea 5 dicembre 2013 intervenuta a definizione di una questione simile. Sul punto, in questa rubrica, ci siamo già soffermati nel focus del 17 dicembre 2013.

[avv. Rodolfo Pacifico - www.dirittosanitario.net ]
Per approfondire, Corte Costituzionale sentenza n. 216/2014, su www.dirittosanitario.net al seguente link di area: http://www.dirittosanitario.net/competenze.php?areaid=13

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