Sanità

feb152018

Costi diretta vs Dpc, Aceti: il metodo di confronto tenga conto di capillarità e orari

Costi diretta vs Dpc, Aceti: il metodo di confronto tenga conto di capillarità e orari
Il confronto dei costi tra la distribuzione diretta (Dd) e la Dpc è tema dibattuto ormai da anni e, nel corso del tempo, si sono alternati studi che hanno sostenuto la convenienza dell'uno o dell'altro canale. Da ultimo ci sono stati il rapporto Oasi 2017, del Cergas-Sda Bocconi, che ha individuato un mix ottimale tra Dd e Dpc in termini di effetti sui costi per il Ssn in cui la Dd sia maggioritaria, e lo studio lanciato dalla Sifo nel corso del tavolo con Federfarma e Assofarm, non ancora concluso, ma che ha suscitato perplessità dalla categoria. In mezzo c'è però il paziente a cui il servizio (e il SSN) è rivolto e che in caso di minore diffusione sul territorio dei punti di erogazione e orari di servizio ridotti e poco coerenti con la giornata lavorativa è costretto a metterci del suo. Costi accessori? «In un sistema pubblico e universalistico, quale il nostro Ssn, rispondere alle esigenze appropriate dei cittadini non è un fatto opzionale, ma è un elemento fondante. Altrimenti si manca una delle mission principali del Ssn» risponde Tonino Aceti, Coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva (Tdm), che chiarisce: «Un confronto sui costi effettivi delle modalità di distribuzione per questa tipologia di farmaci deve essere effettuato a parità di prestazioni erogate e soprattutto di standard di servizio, altrimenti è come confrontare entità diverse, mele con pere». Come a dire che distribuzione sul territorio del punto di erogazione e orari di apertura del servizio devono trovare posto nel calcolo: «Se nel modello di calcolo dei costi considero solo quelli relativi alla produzione del servizio - per esempio materiale, tempo del personale, e così via - senza considerare il livello di accessibilità e qualità del servizio offerto al cittadino, non ottengo una fotografia completa. E, per altro, è evidente che meno sono le ore giornaliere o settimanali di apertura al pubblico di un servizio, più basso sarà il suo impatto in termini di costi organizzativi per la struttura erogatrice, ma, parallelamente, più alto sarà il costo per il paziente». Con il rischio, per altro, che ulteriori risparmi potrebbero essere ottenuti riducendo il servizio: «Purtroppo avviene così: soprattutto nelle realtà con piano di rientro o laddove c'è carenza di personale è stata portata avanti, in alcuni casi, una riduzione oraria delle farmacie ospedaliere o distrettuali, con disponibilità solo al mattino o solo al pomeriggio e neanche per tutti i giorni della settimana». Ecco allora che «in una stima della spesa, non si può prescindere da quanto ricade, in termini di costi vivi o di costi evitati, su paziente e familiari. Il punto è che se si vuole individuare o elaborare un modello di riferimento di distribuzione, occorre, sì, tenere conto delle risorse pubbliche che vanno utilizzate al meglio, ma la sostenibilità del paziente e dei famigliari deve essere centrale. La tenuta dei conti» delle casse pubbliche «è sacrosanta, ma non ci si può appiattire solo su questo aspetto, seppur importante; e poi dipende come la si intende garantire. Il "come lo fai" fa la differenza. Esistono diritti sanciti dalle leggi che vanno garantiti e bisogni appropriati che è giusto soddisfare. Il salto da fare è quello di "piegare le politiche di bilancio delle amministrazioni" al fine di garantire la salvaguardia dei diritti e la soddisfazione dei bisogni "appropriati" dei cittadini. Garantire un alto livello di accessibilità e qualità del servizio non è opzionale ma è imprescindibile. Direi che è il faro che deve guidare il lavoro quotidiano delle istituzioni sanitarie».

Francesca Giani
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