Sanità

apr142020

Covid19, Luca Pani: test aggressivi per ridurre l'impatto sull'economia

Covid19, Luca Pani: test aggressivi per ridurre l’impatto sull’economia

In un'intervista Luca Pani, ex Dg di Aifa e ora professore dell'Università di Modena e Reggio Emilia e dell'Università di Miami, fa il punto su alcuni aspetti della pandemia in corso

«I test massivi servono per far ripartire l'economia. Dire che salvare vite è più importante che salvare l'economia non solo è di una banalità tanto ovvia da non meritare commenti, ma è falso, perché esiste anche una stretta interconnessione tra il Pil e la sopravvivenza di molti pazienti».
Così Luca Pani, ex Dg di Aifa e ora professore dell'Università di Modena e Reggio Emilia, e dell'Università di Miami, riassume il senso di un articolo appena pubblicato su Vital Transformation. In un'intervista il punto sull'articolo e sulla pandemia in corso.

Professore, nel suo articolo ha parlato della necessità di fare test aggressivi per ridurre l'impatto del Covid19 sull'economia. Può spiegarci meglio?

I paesi più ricchi hanno popolazioni più sane e sappiamo da decenni che la povertà, soprattutto a causa della malnutrizione infantile e della mortalità, influisce negativamente sull'aspettativa di vita. Il reddito nazionale ha un effetto diretto sullo sviluppo dei sistemi sanitari, ad esempio attraverso la copertura assicurativa e la spesa pubblica. Sappiamo tutto questo con certezza da almeno il 1997 anno dei lavori della Commissione dell'Oms sulla macroeconomia e la salute che studiò questa relazione in un gruppo di 167 paesi, Italia compresa. Qualcuno se ne deve essere dimenticato.

C'è stata una differenza di approccio tra i vari Stati nella gestione dell'epidemia?

Purtroppo, si. Sono mancati e mancano ancora i ruoli di coordinamento da parte delle grandi Istituzioni a questo preposte. La dichiarazione di pandemia è arrivata tardi, le indicazioni successive sono state ondivaghe e imprecise mentre la malattia si diffondeva in tutto il mondo in maniera esponenziale. La cosa sorprendente è che quelli che se ne intendono, e io non sono certo uno di loro, sapevano da almeno 25 anni che una pandemia prodotta da un virus che sarebbe "saltato" dagli animali era da mettere in conto. Nessuno si è preparato. E questa pandemia non sarà l'ultima.

Qual è l'approccio migliore?

Questo è un virus ad alta contagiosità e relativamente bassa letalità che oscilla tra il 2 e il 10% a seconda delle popolazioni colpite e dei presidi sanitari messi in campo. Tanto per fare un paragone, il virus dell'Ebola che si diffuse in Africa occidentale nell'epidemia 2014-2016 aveva una letalità di quasi il 90%. L'approccio migliore è quello di prepararsi per tempo (abbiamo avuto almeno un mese per organizzarci) fare tamponi in modo massiccio con piattaforme di indagine ad alta processività. È evidente che se facciamo migliaia di tamponi ma non siamo in grado di avere i risultati in poche ore perché non abbiamo i reagenti o le macchine automatiche per analizzarli non serve a niente.

Quali sono le variabili che hanno più inciso nella diffusione della pandemia?

Almeno tre. La prima è la mancata competenza dei cosiddetti "esperti" sia quelli scientifici che al governo, perché non basta essere grandi scienziati o pure grandissimi virologi; bisogna essere esperti di zoonosi pandemiche e avere la competenza e la personalità per guidare un paese in presenza di un evento evoluzionistico di questa portata. Sono pochi gli esperti del genere al mondo e andavano consultati e poi non si può mica pensare di avere la personalità di un vero leader per nomina parlamentare. Ci vuole ben altro. La seconda è stato il ritardo nel capire cosa stava davvero succedendo e mancando le competenze di cui al punto precedente questa incomprensione ha avuto un grande impatto e continua tuttora. La terza è stata il mancato coordinamento tra i paesi da un lato e, nel nostro Paese, tra le Regioni. Infatti, dove c'erano degli esperti e dei governatori che li hanno ascoltati, penso al Veneto, è andata molto meglio. Una Regione tuttavia non basta e, nel suo insieme, il fallimento del titolo V in Sanità è sotto gli occhi di tutti, ma temo ci dimenticheremo anche di questo.

Lei e altri scienziati avete realizzato uno studio: di cosa si tratta e che esito ha avuto?

Senza entrare troppo in tecnicismi abbiamo eseguito una serie di regressioni statistiche utilizzando diverse variabili ponderate per popolazione con il fine di scoprire l'impatto che ciascuna di esse aveva sui decessi da Covid-19. La relazione stimata ha spiegato l'86% della variabilità dei decessi, con tre associazioni che mostrano un'elevata significatività statistica: "Numero di test" (p < 0,0001); "Totale dei casi confermati" (p < 0,0001) e "Densità di popolazione per Km2" (p < 0,0001). Per valutare l'impatto di ogni variabile, il nostro modello è stato ulteriormente stimato con le variabili chiave misurate nel loro logaritmo naturale. Così facendo, il coefficiente su ogni variabile ha indicato, ad esempio, il peso percentuale di decessi per ogni aumento o diminuzione dell'1% del valore. Ad esempio, aumentando il numero di test dell'1%, troviamo una diminuzione dei decessi dello 0,56%. Ciò implica che quei paesi che testano e isolano in modo proattivo i portatori identificati di Covid-19 hanno inferiori tassi di mortalità, cioè meno decessi per casi confermati. Per chi volesse analizzare i dati, il lavoro e le appendici sono disponibili qui.

Cosa pensa della quarantena? Secondo lei il lockdown è stata la scelta giusta o i governi avrebbero dovuto fare diversamente?

Il lockdown funziona perché i virus, e questo non fa eccezione, sono organismi non viventi che hanno bisogno di passare da un ospite all'atro. Il problema non è il lockdown ma i proclami della famosa settimana del picco che gli esperti e governanti di turno annunciano da oltre un mese. Io non credo siamo arrivati ancora alla fatidica fase di discesa che si verificherà quando, su base giornaliera e costantemente, il numero di decessi scenderà di almeno il 5% per due settimane di seguito. Tutti gli altri calcoli che si basano su casi accertati, sui guariti, sui posti di terapia intensiva occupati e così via, dipendono da altre variabili incontrollabili e sono inutili. La morte purtroppo è invece un evento certo e sino a quando muoiono 500-600 persone al giorno il lockdown deve restare ma solo per coloro che non sono ancora immuni, gli altri devono poter andare in giro. È infine controproducente rassicurare la popolazione in assenza di dati certi perché questo aumenta l'incertezza e la sofferenza psichica.

Qual è stato l'impatto economico delle diverse scelte dei governi, volendo prenderne in considerazione alcuni?

Molti governi hanno scelto di chiudere le frontiere, le scuole e limitare tutti gli spostamenti, ma non si sono impegnati a investire in tamponi per cercare gli individui Covid-19 positivi, i loro contatti o eseguire test anticorpali che mostrano l'esposizione magari totalmente asintomatica avvenuta in passato. Secondo il Fondo monetario internazionale, i servizi non essenziali chiusi per decreto governativo rappresentano circa un terzo della produzione. Ciò significa che per ogni mese in cui questi settori rimangono chiusi, si perde circa il 3% del Pil annuale per ogni Paese.

Quanto sta costando all'Italia in termini economici l'attuale strategia scelta dall'Esecutivo?

L'Italia ha un Pil di circa 1.800 miliardi di euro all'anno, quindi il 3% al mese vale 54 miliardi di euro di Pil perduto al mese, ovvero 1,8 miliardi di euro al giorno. Dal punto di vista dell'economia sanitaria, ipotizzando 40.000 euro per anno di vita corretto per la qualità (il famoso quanto ormai abbastanza inutile QALY), significa che la strategia attuale dell'Italia costa 54 miliardi di euro al mese per "comprare" 16.847 QALY e "guadagnare" 675 milioni di euro. Il che è, chiaramente, insostenibile.

Il viceministro della salute Pierpaolo Sileri già da settimane parla dell'importanza dei tamponi anche agli asintomatici.

Sono d'accordo con il collega Sileri, questa è una guerra che si vince nei territori e non negli ospedali, anzi forse negli ospedali si perde. I tamponi a campione alla popolazione generale vanno fatti per capire l'andamento dell'epidemia nel Paese e agire di conseguenza. Chiudere parti sostanziali dell'economia globale per ridurre la diffusione di Covid-19 funzionerà solo se investiremo molto per aumentare la nostra capacità di gestire la malattia e aprire le nostre economie il prima possibile. La Germania in questo momento sta testando almeno 500.000 persone a settimana e ipotizzando un costo di 40 euro per test e assumendo che il nostro modello statistico sia robusto, in questo modo salverà sino a 2.500 vite alla settimana per una spesa totale di 20 milioni di euro. Se i modelli di test della Germania o della Corea del Sud riescono a contenere l'impatto economico di Covid-19 all'1% del Pil, contro il 3% del Pil citato dal Fmi, non salveranno solo vite umane, ma anche decine di miliardi di euro di Pil al mese e quindi la salute di tantissimi altri cittadini.

Maria Elena Capitanio
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