Sanità

dic162016

Dipendenza da oppiacei: disassuefazione inefficace in centri di detenzione obbligatori

Dipendenza da oppiacei: disassuefazione inefficace in centri di detenzione obbligatori
Le persone con disturbi cronici da consumo di oppiacei hanno maggiori probabilità di ricadute in tempi brevi se vengono trattati in centri di detenzione obbligatori piuttosto che in strutture di disassuefazione volontaria che usano il metadone a scalare, secondo le conclusioni di uno studio pubblicato su The Lancet Global Health che per la prima volta ha messo a confronto i due tipi di trattamento. «Ogni anno in Oriente e in Sud Est asiatico circa 600.000 tossicodipendenti vengono imprigionati in centri di detenzione obbligatori senza processo in violazione dei diritti umani e in mancanza di una vera dimostrazione che ciò serva a trattare la dipendenza in modo efficace» esordisce l'autore Frederick Altice della Yale University School of Medicine, sottolineando che questo studio sostiene con forza la necessità di eliminare i centri di detenzione obbligatori introducendo programmi di disassuefazione volontaria.

«Nel 2012 le Nazioni Unite hanno chiesto la chiusura dei centri di detenzione obbligatori privi di supervisione legale in cui vengono rinchiusi per periodi prolungati non solo i tossicodipendenti, ma anche coloro che sono solo sospettati di drogarsi, senza alcun processo. «Questa strategia, del tutto inefficace, porta invece a tassi allarmanti di recidive e all'aumento del rischio di complicazioni tra cui overdose, decessi e infezioni virali trasmesse per via ematica» scrivono gli autori, spiegando che nel 2010 in Malesia sono stati introdotti centri di trattamento volontari che forniscono metadone a chi lo richiede, ma la resistenza del governo e dei cittadini non ha permesso la chiusura completa dei centri obbligatori. Da qui lo studio su The Lancet Global Health, svolto in Malesia, dove coesistono entrambe le realtà. Al trial hanno preso parte 89 tossicodipendenti ricoverati nei centri obbligatori e 95 in quelli volontari, seguiti con visite a uno, tre, sei, nove o 12 mesi dopo il rilascio.

«I detenuti in centri obbligatori hanno ripreso a drogarsi dopo 31 giorni rispetto ai 352 giorni della metà dei soggetti dei centri di volontariato» riprende Altice, precisando che dopo un mese dal rilascio il 51% dei detenuti in centri obbligatori era libero da oppioidi rispetto al 90% di chi aveva frequentato i centri volontari. E dopo sei mesi non si drogava una persona su cinque del gruppo dei centri obbligatori a fronte di più di due terzi di chi veniva da centri volontari. In un editoriale di commento Gino Vumbaca di Harm Reduction Australia, scrive: «Questi risultati forniscono prove concrete a sostegno della urgente necessità di ampliare la disponibilità e l'accesso ai centri di disassuefazione volontaria aperti a tutti coloro che sono affetti da tossicodipendenza. Tuttavia, nonostante alcuni paesi abbiano espresso il desiderio di chiudere i centri di detenzione obbligatori in un graduale passaggio verso quelli volontari, il numero delle strutture di trattamento obbligatorio è in aumento. Ma le cattive condizioni di salute di chi vi risiede, nonché gli scadenti risultati economici e sociali della disintossicazione obbligatoria richiedono una risposta urgente».

The Lancet Global Health 2016. doi: 10.1016/S2214-109X(16)30303-5 http://www.thelancet.com/journals/langlo/article/PIIS2214-109X(16)30303-5/fulltext

The Lancet Global Health 2016. doi: 10.1016/S2214-109X(16)30352-7 http://www.thelancet.com/journals/langlo/article/PIIS2214-109X(16)30352-7/fulltext
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