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apr202016

Farmaci in neuropsichiatria, poco noti i meccanismi d'azione. Sif: serve ricerca di base

Farmaci in neuropsichiatria, poco noti i meccanismi d’azione. Sif: serve ricerca di base
La terapia farmacologica delle malattie psichiatriche e neurologiche può essere 'a rischio'. È questo, in sintesi, l'allarme lanciato da Sam J. Enna, dell'Università del Kansas presidente della Federazione mondiale delle Società di farmacologia, in una lecture critica pochi giorni fa a Bologna, ospite presso l'Ateneo locale di Patrizia Hrelia, ordinario di Tossicologia e presidente della Società italiana di tossicologia (Sitox), su invito della Società italiana di farmacologia (Sif) e del suo presidente Giorgio Cantelli Forti. Della maggior parte dei farmaci a disposizione e ampiamente venduti, anzi la cui vendita è in aumento a causa del progressivo invecchiamento della società, non sono noti i meccanismi d'azione oppure se ne ha una conoscenza molto incerta, ha sottolineato Enna, per cui è urgente aumentare gli studi in vivo: dunque la sperimentazione nell'animale da laboratorio è indispensabile per scoprire nuove molecole che contrastino la progressione di queste affezioni, nonostante l'accanimento dei movimenti di opinione che, anche In Italia, ostacolano il controllo della sofferenza impedendo lo sviluppo della scienza. È un fatto che l'utilizzo di farmaci dedicati al controllo delle malattie della sfera psichiatrica è in vertiginoso aumento: circa 15 milioni di Italiani li utilizzano contro stress e depressione e per altre malattie molto invalidanti; così anche il mercato dei farmaci della sfera neurologica, con un numero sempre maggiore di malati di patologie legate all'invecchiamento come le patologie neurodegenerative.

«Del resto» riprende Enna «trattare queste malattie è diverso dal trattare una frattura o un'influenza perché in tali casi conosciamo la causa mentre nelle affezioni del Sistema nervoso centrale (Snc) abbiamo a che fare con più cause, per la maggior parte sconosciute». L'esperto ha quindi elencato una lista di farmaci ampiamente utilizzati di cui è «sconosciuto o incerto il meccanismo d'azione»: psicofarmaci come anestetici, tranquillanti, oppioidi per il dolore cronico, antipsicotici per la schizofrenia, antidepressivi classici ma anche litio, oltre alle molecole che rallentano Alzheimer, Parkinson e Sla. Ma se sono efficaci, perché è così importante conoscere il meccanismo d'azione di questi farmaci? Risponde, in modo necessariamente articolato, Cantelli Forti. «La ricerca farmacologica è necessariamente complessa perché è rivolta allo studio dell'interazione tra una sostanza chimica e un organismo vivente: quest'ultimo è però un insieme di vari recettori, di sistemi di neuromodulazione eccitatori e depressori, di cellule e tessuti con canali ionici e con passaggio di acqua e sali attraverso le membrane, ecc. Pertanto l'interferenza di un farmaco può avvenire a vari livelli e quindi si può dire che un farmaco non è mai dotato di un solo meccanismo d'azione» premette il presidente Sif.

«Se prendiamo come esempio gli antibiotici e i chemioterapici è vero che con il loro uso si effettua una terapia mirata per combattere la causa della patologia (ezioterapia), ma non possiamo escludere altri effetti farmacologici ed anche azioni negative sull'ospite, ovvero effetti indesiderati. Se invece parliamo di farmacologia sintomatica ci riferiamo a molecole che per lo più agiscono come "modulatori" tramite l'interazione con un recettore o un neurotrasmettitore o sull'osmosi intra-extra-cellulare, ottenendo così una risposta, cioè l'effetto. La risposta farmacologica che ne deriva può essere preponderante per una certa malattia per la quale il farmaco viene registrato, tuttavia la possibilità di uso off-label dimostra che lo stesso farmaco mediante le stesse o altre interazioni determina un'altra risposta, magari non registrata per vari motivi». Perché questo discorso è così rilevante in campo neuropsichiatrico? «Nelle patologie neuro-psichiatriche, in particolare, è abbastanza comune che i farmaci abbiano più effetti, anche per meccanismi d'azione diversi, ed è corretto quanto affermato dal Prof. Sam Enna che questi meccanismi possano non essere intimamente conosciuti. In alcuni casi l'ipotesi su base sperimentale di un'interazione farmaco-recettore può essere giustificativa dell'effetto ottenuto, ma in altri casi la modulazione di un sistema non chiarisce in maniera precisa il meccanismo d'azione: ciò che si rileva è la risposta. Per esempio l'assunzione di un antistaminico induce anche sonnolenza e può dare depressione, l'acido valproico è usato come antiepilettico però è importante anche nel disturbo bipolare. Un altro esempio può essere il caso della difenilidantoina storicamente usata nel trattamento dell'epilessia (grande male) e che ha effetti sul cuore per il controllo di aritmie ventricolari e da intossicazione da digitale».
E qui, Cantelli Forti arriva al messaggio-chiave. «Oggi vivo con preoccupazione il tentativo di circoscrivere il continuo progresso della farmacologia nella sua versatilità terapeutica per contenere la spesa sanitaria italiana: mi riferisco al fatto che per classe farmacologica si vogliano considerare tutte le molecole equivalenti scegliendo solo quel determinato farmaco perché è quello a minor costo. Ritengo questa impostazione grave perché lede il diritto prescrittivo del medico in base a scienza e coscienza, imponendogli una gravosa giustificazione in caso di diverso orientamento terapeutico» sottolinea il presidente Sif «perché così il rischio è particolarmente chiaro nel portatore di più patologie per i possibili effetti interattivi di tipo collaterale, anche possibilmente dovuti alla molteplicità d'azione di una molecola». «Come farmacologo sperimentale sostengo che bisogna incrementare parimenti la ricerca di base, che è in gran parte orientata alla conoscenza dei meccanismi d'azione dei farmaci (terapeutici e tossici), in quanto solo in questo modo sarà possibile avere elementi più precisi per un più raffinato e mirato studio del farmaco nella fasi di sviluppo clinico. Sono inoltre convito che in una economia complessiva, oltre a ridurre i rischi per il paziente risulterebbe un risparmio economico. In ogni caso» conclude «la ricerca di base era, è e rimarrà una piattaforma indispensabile soprattutto per poter scegliere nell'ambito di una comune indicazione terapeutica il farmaco dotato del meccanismo d'azione che meno interferisce ad altri livelli o su altre malattie in atto».


Arturo Zenorini
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