Sanità

feb242017

Farmacie e parafarmacie, Confcommercio: aperture in crescita tra centri storici e periferie

Farmacie e parafarmacie, Confcommercio: aperture in crescita tra centri storici e periferie
Tra il 2008 e il 2016 il numero di negozi è sceso del 13,2%, con un impoverimento del tessuto sociale locale e una tendenza che risulta essere più marcata nei centri storici che in periferia (-14,9% contro -12,4%). Tante le categorie di distribuzione in forte crisi, con alcune "sparizioni" come per esempio i benzinai. Ma il dato su farmacie e parafarmacie sembra essere in controtendenza, insieme anche ai negozi di telefonia e Ict domestico, che segnano una crescita nel periodo. Questo, almeno, è il quadro che emerge dal rapporto "Demografia d'impresa nei centri storici italiani" della Confcommercio arrivato alla sua seconda edizione e presentato a Roma. L'indagine è stata condotta su 40 comuni italiani di medie dimensioni, capoluoghi di provincia, in cui risiede l'11,6% della popolazione (con la distinzione Centri Storici vs Non Centri Storici), su 13 categorie, tra le quali farmacie e parafarmacie, ma anche alimentari, bar e ristoranti, vestiario, telefonia.

In generale, il fenomeno dell'impoverimento del tessuto non è uniforme sul territorio nazionale, con una variazione del numero di attività con sede fissa che è più marcata al sud (-18,4% nel centro e -13,4% in periferia), mentre al nord est è del -9,7% in centro e -10,1% in periferia. Meno bene il Nord ovest con -16,3% per il centro e -14,3% per la periferia, mentre nel Centro Italia il dato è del -13,6% per il centro e -8,1% per la periferia. Come evidenziato dall'indagine, a fronte di una diminuzione di servizi sul territorio, il dato sui presidi di distribuzione del farmaco risulta positivo.
In particolare, per quanto riguarda le farmacie e parafarmacie nel periodo dal 2008 al 2016, dalle elaborazioni di Confcommercio, risulta in termini assoluti un +34 di unità nei centri e +209 in periferia, pari a una variazione rispettivamente del 5,8% e del 14,4%. Tra le città, interessanti i dati complessivi che riguardano Torino con -5 unità nel centro e +18 in periferia; Alessandria (+6 nel centro e -1 in periferia); Genova (-7 nel centro e 21 in periferia); Bolzano (+2 in centro e 0 in periferia); Bologna (+9 e +5); Firenze (+1 e +11); Cagliari (+3 e +12); Bari (+1 e +12); Pescara (-1 e +20). Il rapporto si sofferma anche sulle cause del venire meno dei servizi: «l'incremento dell'età media scoraggia la permanenza del negozio nel centro storico» e comunque «densità della popolazione e densità commerciale sono correlate». In generale, «il ciclo economico ha un impatto più significativo nei centri storici che altrove. La sopravvivenza del negozio nel centro storico dipende anche dal livello dei canoni d'affitto e, in particolare, dal rapporto tra canoni nel centro e in periferia: ogni 10% di incremento di questo rapporto comporta, a parità di altre condizioni, una riduzione dell'8% dei negozi del centro; 630 chiusure su 3.470 nel periodo 2008-2016 sono spiegati da questo fenomeno (oltre il 18%)».

E proprio sul tema del ripopolamento dei servizi nelle città, dal presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, parte un appello al Governo per «un'efficace politica di agevolazioni fiscali» ma anche alle associazioni dei proprietari immobiliari per «aprire un confronto per la revisione delle formule contrattuali e per rendere i canoni commerciali più accessibili». «Il presidente di Confcommercio sfonda una porta aperta quando dice che per risolvere il problema della fine dei negozi nelle nostre città serve una revisione delle formule contrattuali» è la risposta del presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa. Anche perché l'attuale «disciplina - imponendo contratti di 12 o 18 anni a canone immutabile (salvo l'Istat) - impedisce l'incontro fra domanda e offerta, precludendo l'apertura di nuove attività da parte di tanti giovani. La soluzione a tutto ciò esiste: derogabilità della legge sull'equo canone per tutti - e non solo, come ora previsto, per le locazioni con canone annuo superiore a 250 mila euro - e cedolare secca per gli affitti commerciali».

Francesca Giani
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