Sanità

apr162020

Farmacisti nel cuore dell'emergenza, Raciti (Alzano Lombardo): così ho messo in sicurezza dipendenti e cittadini

Farmacisti nel cuore dell’emergenza, Raciti (Alzano Lombardo): così ho messo in sicurezza dipendenti e cittadini

In un'intervista Andrea Raciti, titolare della farmacia San Martino di Alzano Lombardo, una zona duramente colpita dal Covid-19, racconta come ha messo in sicurezza farmacisti e cittadini

Andrea Raciti è titolare della Farmacia San Martino di Alzano Lombardo, paese della bergamasca duramente colpito dal Covid-19, nel cuore di quella zona della Lombardia, dove ci sono stati più casi e più morti che nel resto d'Italia. La farmacia si trova proprio di fronte all'Ospedale sulla cui gestione nell'emergenza Coronavirus la Procura di Bergamo ha aperto un'inchiesta, un fascicolo contro ignoti, con l'ipotesi di reato di epidemia colposa. Anticipiamo l'intervista, in uscita su Punto Effe (numero 5/2020) al dottor Raciti in cui racconta cosa è successo in quei primi giorni, com'è la situazione adesso, in una prospettiva sul futuro.

Partiamo dall'inizio, da quel 23 febbraio in cui l'Ospedale di Alzano Lombardo, ha improvvisamente chiuso. Cos'è successo in farmacia?

La mia farmacia si trova proprio davanti all'ingresso dei poliambulatori dell'Ospedale Pesenti Fenaroli di Alzano Lombardo. Siamo stati spettatori dunque fin dall'inizio di tutta l'ondata di incertezza e di paura delle persone qui di Alzano. Noi siamo aperti sette giorni su sette e la domenica entrano in farmacia i pazienti della guardia medica, del pronto soccorso e i parenti in visita, compresi quelli del punto nascita. Domenica 23 febbraio, più di 120 persone in una mattina sono entrate da noi a chiedere come mai fosse chiuso l'ospedale e cosa stava succedendo. Ricordo che Codogno era chiuso dal venerdì precedente ed era già stata istituita la zona rossa attorno a tre paesi. Quello che insistentemente chiedeva la gente era rassicurazione di cosa stesse succedendo all'interno dell'ospedale dove erano ricoverati i loro parenti, oltre a mascherine, gel mani, disinfettanti. Non sapevamo niente neanche noi: solo due ore e mezzo dopo abbiamo letto su un giornale locale online che all'interno dell'ospedale c'erano dei casi Covid-19.

Anche voi l'avete scoperto per caso, nessuno vi ha dato comunicazione?

Nessuno è tenuto a dirci niente, ma vista l'importanza della situazione mi sarei aspettato una informativa dalla Ats, anche di domenica, visto il precedente di Codogno. Da titolare ho pensato subito a tutelare in primis i miei dipendenti e poi i clienti che entrano in farmacia. Da quello che già si sapeva sul coronavirus, erano chiare due cose: si trattava di una sindrome simil-influenzale, ma con un tasso di contagiosità molto forte e con un tasso di aggressività molto alta. Quindi, pur non essendo un virologo, mi era chiaro di dover prendere provvedimenti per tutelare i farmacisti e i clienti della farmacia: di media vediamo 200 persone al giorno.

Quindi cosa ha fatto?

Ho passato il pomeriggio di domenica 23 a capire cosa potevano dirmi le istituzioni, ma non ho trovato nessuno. In seconda battuta ho cercato presidi per noi, per cominciare lunedì mattina con le adeguate protezioni. Ho trovato online il decreto di chiusura della zona rossa di Codogno, con delle indicazioni di come dovevano operare all'interno di tale zona le attività aperte, e mi sono attenuto a quelle. Ci siamo così subito dotati di mascherine e guanti, a livello individuale e poi abbiamo cominciato a scaglionare gli ingressi, e messo una colonnina per il gel mani per chi entrava in farmacia. Lunedì mattina abbiamo riaperto con queste precauzioni: eravamo gli unici. Anche Federfarma era impreparata davanti a tutto questo.

Tra farmacie della zona siete riusciti a fare rete?

Faccio parte sia del consiglio di Federfarma Bergamo sia del Consiglio dell'ordine, quindi ho potuto trasmettere ai colleghi tutto quello che stava succedendo. Da fine febbraio, in qualità di consigliere di Federfarma, ho creato un gruppo WhatsApp, perché mi sono sentito in dovere di aiutare i colleghi di questa area. Quello su cui ho insistito fin dall'inizio è la tutela del personale e di conseguenza la tutela della clientela, siamo sanitari e come tali dobbiamo operare. Il gruppo è servito per coordinarci sulle problematiche comuni, in particolare per gestire gli ordini dei saturimetri, e le bombole di ossigeno. Adesso tutte le sere, le farmacie trasmettono in tempo reale, il numero di bombole piene e vuote, e le mettiamo a disposizione dei Carabinieri che le spostano nella zona del territorio dove vi è carenza. Facendo così stiamo evitando quello che è successo nei primi tempi: centinaia di chiamate per la ricerca delle bombole di ossigeno.

Nei giorni successivi, quelli chiave per capire cosa ha portato ad avere un numero di contagi così elevato nella zona di Alzano, cosa è successo?

Fino a martedì sembrava si trattasse di un caso isolato nell'ospedale di Alzano. Da mercoledì, in tutta la val Seriana hanno chiuso gli ambulatori medici, i medici del territorio davano solo reperibilità telefonica. Con l'ambulatorio chiuso, le uniche alternative erano il 112 o la farmacia. Nel frattempo, il pronto soccorso dell'ospedale aveva montato il triage fuori in un ospedale da campo, ma la gente aveva paura. Dunque, posso dire con certezza che se le farmacie fossero state chiuse, oggi avremmo un problema ancora più grosso di salute pubblica. Le istituzioni soprattutto all'inizio hanno dimenticato le farmacie, perché le danno per scontate. Le istituzioni hanno dato per scontato che la farmacia ci fosse, perché c'è sempre, solo con il passare dei giorni si sono rese conto dell'importanza del nostro lavoro, soprattutto in questo territorio.

Voi siete sempre stati aperti?

Non abbiamo chiuso neanche un giorno, fortunatamente siamo aperti ancora oggi. Non abbiamo neanche mai lavorato a battenti chiusi, anche se come farmacie lo abbiamo chiesto, per colleghi che lavoravano in condizioni di difficoltà, perché non riuscivano a trovare mascherine di protezione per sé e i dipendenti. Dalle istituzioni centrali doveva arrivare il permesso di lavorare a battenti chiusi, in assenza di adeguati protezioni, il permesso è arrivato dieci giorni dopo. E in questa situazione dieci giorni sono tantissimi. Molti colleghi oggi sono malati, il numero di contagi nella popolazione è altissimo: questo deve insegnare che è necessario ascoltare di più il territorio.

Cosa sta facendo la farmacia, in questa emergenza?

Entrare in farmacia in quei primi giorni era l'unica possibilità per i nostri cittadini di parlare con un sanitario. Questo è un enorme aiuto che le farmacie italiane tutte stanno dando in questo momento di emergenza per la popolazione. Le persone entrano non solo per chiedere aiuto in caso di sintomi Covid-19 loro o dei loro familiari, ma anche per problematiche differenti che il medico di base oggi non riesce a trattare. Per esempio, una macchia sulla pelle che prude: come si fa a descriverla al telefono? Per fortuna la farmacia sa gestire queste piccole patologie. Poi c'è il grosso capitolo dei pazienti cronici. Abbiamo utilizzato strumenti legislativi come l'erogazione di emergenza, ma grazie al fatto che noi farmacie del territorio conosciamo i pazienti e i farmaci che assumono.

E la medicina del territorio, come ha reagito?

Qui nella bergamasca molti medici di base sono stati contagiati, e quindi sono malati, e noi lo sappiamo. C'è stato un momento che non c'erano più medici di base, solo guardie mediche, in sofferenza per il numero di malati da gestire. Attorno al 10 di marzo, c'erano paesi con un solo medico di base su dieci. C'è stato un sabato critico, in cui l'unica guardia medica che poteva fare visite e ricette era a Selvino, un paese in cima ad una montagna, cui si accede con una serie di tornanti. Gli altri medici o erano fuori in visita o impossibilitati a visitare. Parlando di cronicità, ci sono anche i malati oncologici: nel territorio bergamasco, i pazienti oncologici, vengono gestiti a domicilio dalla Ats. Il problema è che gli infermieri sono ridotti di numero, perché anche in quella categoria ci sono stati malati e anche un decesso. Mi è capitato un paziente che aspettava la morfina da quattro giorni.

Oggi la situazione è migliorata?

Dopo metà marzo la situazione si è regolarizzata: l'Ats ha fornito ai medici presidi e piano piano anche la medicina del territorio è ripartita. Penso però che ci sia stato un grande buco, dovuto da una parte alla malattia dei sanitari, dall'altra a impreparazione nella gestione dell'emergenza. In questo contesto le farmacie hanno fatto un lavoro enorme, sui pazienti cronici, sui pazienti in emergenza, ma anche sulla gente spaventata.

Quindi si può dire che i farmacisti hanno avuto anche un ruolo sociale?

Il primo ruolo che ha avuto il farmacista nel nostro territorio è quello di aver erogato la miglior medicina: un consiglio di sicurezza, rassicurando le persone su quello che stava succedendo. Qui nella zona non conosco nessuno che non abbia perso una persona cara. Quindi oggi, ma soprattutto dieci giorni fa, erano tutti spaventatissimi. Da noi chiamano per avere informazioni, ma soprattutto consiglio e rassicurazione.

Come vede il futuro?

Sono molto preoccupato. Soprattutto dal punto di vista psicologico, perché abbiamo tutti perso qualcuno, ma chiusi nelle case, isolati gli uni dagli altri, non stiamo elaborando questi lutti. Non ci stiamo ancora rendendo conto di quello che è successo. Solo quando usciremo dalle case ci renderemo conto di quante persone ci hanno lasciato. C'è poi l'aspetto economico: vedo già persone in difficoltà, come negozianti, piccole attività, lavoratori autonomi.

E il futuro della farmacia?

Penso che dopo questa emergenza la farmacia cambierà: in questi ultimi anni tutte le spinte al cambiamento sono state dettate dalla parte commerciale spostando il ruolo del farmacista dal sanitario al commerciale. Oggi il farmacista si è riscoperto sanitario: se oggi è in grado di dare un consiglio in più al di là del prodotto, allora domani potrà avere un ruolo maggiore all'interno del Ssn. Un altro fenomeno nuovo è quello della consegna a domicilio. Questo servizio, attivato nell'emergenza, verrà richiesto ancora in futuro. Quindi il farmacista dovrà strutturarsi per questo servizio. Magari un domani sarà una parte consistente del fatturato.

Un consiglio finale, dal cuore dell'emergenza ai colleghi di zone più tranquille?

Credo che questo sia il momento di dare ai clienti, senza pensare a quello che si riceve. Anche a chi entra per una tinta per capelli, bisogna concedere il beneficio del dubbio del perché viene in farmacia: anche lui ha bisogno di essere rassicurato in generale sul suo stato di salute e benessere, e magari lo fa comprando la colorazione. Così come dobbiamo agevolarli nel pagamento con il bancomat, anche se è soggetto a commissioni. Se vogliamo ricevere domani, dobbiamo dare oggi al massimo della nostra professionalità, non chiuderci. Un domani i clienti si ricorderanno della nostra disponibilità e torneranno.

Chiara Romeo
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