Sanità

mar142019

Flussi di capitali illeciti: così possono essere infiltrate le farmacie. I dati del monitoraggio in Lombardia

Flussi di capitali illeciti: così possono essere infiltrate le farmacie. I dati del monitoraggio in Lombardia
Il fenomeno delle infiltrazioni mafiose nella sanità e anche nel settore delle farmacie è una preoccupazione denunciata in diverse occasioni da esponenti della categoria. Nello specifico della regione Lombardia, l'Osservatorio sulla criminalità organizzata dell'Università degli studi di Milano, diretto da Nando dalla Chiesa, ha, di recente, pubblicato, in collaborazione con Polis Lombardia, la seconda edizione del "Monitoraggio della presenza mafiosa in Lombardia", con un capitolo dedicato al settore.
Obiettivo dell'analisi, come si legge nella introduzione, «quello di chiarire il ruolo che le organizzazioni mafiose giocano e tendono sempre più a giocare nell'ambito dell'economia legale, indicando dunque sia le attività economiche di loro più larga e tradizionale infiltrazione o capacitaÌ di condizionamento, sia in settori che esse hanno sottoposto a maggiori pressioni e penetrazioni negli anni più recenti». In questo ambito, «un elemento che sembra doveroso segnalare eÌ la particolare esposizione alla pressione mafiosa che va evidenziando il settore della sanitaÌ, in diverse sue funzioni». Un contesto, questo, in cui «si staglia la questione (più nuova) delle farmacie. Queste costituiscono una nervatura fondamentale del sistema sanitario, e in quanto imprese private offrono il vantaggio di essere sottoposte a ridotte», rispetto agli ospedali pubblici, «attività di controllo. Gli ultimi anni, anche grazie alla preoccupazione serpeggiante tra gli operatori del settore, hanno rivelato come esse siano progressivamente diventate per i clan calabresi un autentico "oggetto del desiderio". Un bene di valore il cui acquisto diventa ottima occasione per riciclare capitali di provenienza illecita, ma anche per ampliare il patrimonio di relazioni sociali, oltre che per gestire traffici illegali di farmaci e di droghe di natura farmacologica, specie laddove si possa contare su medici compiacenti.
Per ora riconducibile ad alcuni casi già noti agli esperti, la questione ha, a parere degli investigatori, una estensione di fatto ben maggiore, i cui sviluppi sembrano per ora «progredire carsicamente». D'altra parte, «le farmacie rappresentano un settore particolarmente allettante, a livello economico ma anche sociale» e, come era stato sottolineato «dal sostituto procuratore Paolo Storari, oltre al riciclaggio la farmacia garantisce un reddito e un posto di lavoro sicuri, oltre a una rispettabilità sociale». L'analisi prende in considerazione i vari casi di cronaca, di cui il più recente è quello della farmacia Caiazzo di Milano. Ma al di là dei singoli casi a essere messi in luce sono una serie di «sempre più sofisticate strategie» messe in campo «che possono funzionare come punto di partenza per strategie di "conquista" di seppur limitati segmenti della sanitaÌ pubblica e privata della regione».

Capitali e persone
Il sistema «di infiltrazioni non può essere interpretato come una pura e diretta conseguenza di ingenti flussi di capitali a disposizione dei clan, risorsa, questa, senza dubbio necessaria e tuttavia non sufficiente a spiegare l'avanzamento della 'ndrangheta nel settore». La formula «sinora vincente sperimentata dai clan sembra prevedere la direzione sapiente di flussi di persone di fiducia da inserire all'interno di posizioni lavorative strategiche». Per quanto riguarda sanità e farmacie, «a differenza del settore edile, dell'autotrasporto o della ristorazione, quello sanitario rappresenta infatti un canale di investimento profittevole, ma non un bacino diretto di occupazione tradizionale per gli affiliati e i loro affini, che non possiedono una qualificazione tale da potervi accedere diffusamente. Ciò non toglie (da qui un allarme che vuole essere responsabile) che la presenza di nuove generazioni di farmacisti e di medici provenienti da famiglie mafiose o a esse legate da rapporti personali rappresenti oggi una spia di novità all'interno del panorama lombardo, forse frutto di un disegno strategico di più lungo raggio. Presenze estremamente minoritarie, sia chiaro. Ma di cui, in prospettiva, va temuta la capacitaÌ diffusiva già dimostrata in altri contesti socioeconomici da ristrettissimi nuclei 'ndranghetisti». Una tendenza questa messa in rilievo anche dal caso della farmacia Caiazzo di Milano: «I due giovani dipendenti, pur non essendo stati coinvolti dalle indagini della magistratura, figurerebbero tra i rampolli delle famiglie mafiose calabresi, numericamente crescenti, che scelgono di laurearsi in Farmacia». Una tendenza, questa, che eÌ stata sottolineata anche dall'allora capo della Dda di Milano, Ilda Boccassini, secondo la quale «la 'ndrangheta punta al mercato farmaceutico. Le colpe dei padri non ricadano sui figli, ma ci ha stupito constatare come diversi giovani appartenenti alle famiglie mafiose scelgano di laurearsi in Farmacia». Interessante, a conclusione dell'indagine, l'appello di «avviare con sistematicità e convinzione estesi processi di formazione e sensibilizzazione che mettano in grado la società lombarda, a partire dalle sue pubbliche funzioni a ogni livello, di difendere il proprio patrimonio di conquiste civili con adeguata consapevolezza: dei fatti, dei rischi e del modus operandi dell'avversario».

Francesca Giani
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