Clinica

gen72013

Il colore della pillola influenza la compliance

Cambiare colore o forma a un farmaco può avere un'influenza importante sull'adesione alle cure. Molti medici di famiglia, specie quelli che hanno in cura pazienti anziani, ne sono ben consapevoli ma ora la conferma giunge da un ampio studio pubblicato su Jama internal medicine (ex Archives of internal medicine) che ha coinvolto pazienti epilettici (quindi non necessariamente anziani) suddivisi in un gruppo di 11.472 soggetti che hanno cambiato farmaco - passando da una marca all'altra oppure da un brand a un generico pur conservando il medesimo principio attivo - e un gruppo di controllo di oltre 50.000 individui che hanno proseguito con la solita confezione. La non adesione alle cure è stata stimata sulla base della mancata assunzione nei 5 giorni successivi alla prescrizione. Ciò accade nell'1,20% dei pazienti che hanno ricevuto un farmaco di diverso colore contro lo 0,9% del gruppo di controllo, mentre un cambio di forma influisce sulla non adesione nello 0,16% del gruppo di intervento contro lo 0,11% dei controlli. Il primo dato è statisticamente significativo, il secondo indica un trend sfavorevole legato al cambio di forma ma non sufficiente a raggiungere la significatività. «È comune che i pazienti, soprattutto quelli in politerapia, tolgano le pillole dal blister originale per organizzare tutte le cure quotidiane in altro modo» spiega Aaron Kesselheim che con i suoi collaboratori del Dipartimento di farmacoepidemiologia e farmacoeconomia del Brigham and Women's hospital della Harvard medical school di Boston ha condotto l'osservazione. «Un cambio di colore genera dubbi e fa sì che il paziente debba rivolgersi nuovamente al medico o al farmacista e, nel frattempo, sospenda l'assunzione. Il mancato effetto della forma potrebbe dipendere dal fatto che è una variazione di produzione meno frequente del cambio di colore e quindi che il nostro campione non sia sufficiente a segnalarne la problematicità». Sebbene le percentuali di non adesione possano sembrare modeste, in patologie come l'epilessia (ma anche nelle fibrillazioni atriali o in altri casi in cui è comune un cambiamento di farmaco perché la molecola viene prodotta da molte aziende diverse) la non adesione costituisce un rischio importante e, soprattutto, un costo sociale. «Il nostro studio mette in luce anche altri aspetti di tipo qualitativo, come la perdita della quota di effetto placebo (o la comparsa di un effetto nocebo) legata a quello che viene percepito psicologicamente come un cambio di terapia» continua Kesselheim. È importante sottolineare che questa ricerca non ha come scopo la dimostrazione della superiorità di un farmaco brand rispetto al generico, ma la segnalazione di un problema sottovalutato dalle agenzie regolatorie e dagli stessi medici. «Non c'è nessun problema a prescrivere un generico, purché il medico lo faccia fin dall'inizio della cura e non cambi in corsa, oppure non consenta al farmacista di cambiare tipologia di generico» conclude Kesselheim. «Purtroppo le norme attuali sulla bioequivalenza non dicono nulla sull'aspetto delle pillole, che sembra invece essere un elemento chiave per ottenere effetti simili».

Arch Intern Med. 2012;():1-7


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