Sanità

mar62015

Infermieri in farmacia, Ipasvi: bene nelle pubbliche, partenza stentata nelle private

Infermieri in farmacia, Ipasvi: bene nelle pubbliche, partenza stentata nelle private
La Farmacia dei servizi avrebbero dovuto fungere da "facilitatore" tra domanda e offerta di prestazioni infermieristiche, mettendole a disposizione in sede oppure a domicilio, ma il processo va molto bene nelle farmacie pubbliche mentre stenta a partire in quelle private. È quanto ha riferito Annalisa Silvestro, senatrice e presidente della Federazione Ipasvi nel corso della conferenza stampa di apertura del XVII Congresso nazionale, per introdurre i risultati della ricerca del Censis "Infermieri e nuova sanità: opportunità occupazionali e di upgrading. Le prestazioni infermieristiche nella domanda di assistenza sul territorio", elaborata proprio per la Federazione dei Collegi Ipasvi, segnalando che il servizio è ben avviato «in particolare nelle farmacie pubbliche che si trovano in Umbria». Silvestro ha sottolineato che «è considerevole il numero di cittadini che ha bisogno di assistenza e si impegna economicamente per ottenerla, rivolgendosi solo in parte agli infermieri. Ma c'è soprattutto chi utilizza un fai-da-te pericoloso, fino alla ricerca di soluzioni su internet, cosa che porta spesso chi lo fa a ricorrere poi al Pronto Soccorso. E c'è poi tutta una parte che si rivolge a personale non professionale e impreparato (badanti, familiari, conoscenti): anche questo è un gruppo su cui varrebbe la pena di riflettere perché si tratta di persone con tanta disponibilità, ma senza competenze e che per questo possono far aumentare il rischio di manovre sbagliate e di impatti avversi per l'assistito». E i numeri del Censis fanno riflettere: 8.700.000, infatti, gli italiani che nel 2014 hanno usufruito di prestazioni di assistenza infermieristica erogate privatamente e hanno speso di tasca propria, 2,7 miliardi di euro. Di questi, 6.900.000 assistiti hanno chiesto prestazioni una tantum, mentre 2.300.000 hanno avuto bisogno di prestazioni continuative. Ad aver bisogno di un'assistenza che il Servizio sanitario nazionale non ha garantito sul territorio sono stati il 44,4% dei non autosufficienti (1.400.000 persone), il 30,7% dei malati cronici (2.800.000) e il 25,7% degli ultrasettantenni (2.300.000). Emerge inoltre che la necessità per le famiglie di contenere le spese e la propensione a figure professionali non infermieristiche alimenta il fenomeno dell'inappropriatezza delle prestazioni: 4.200.000 italiani nei 12 mesi precedenti l'intervista del Censis si sono rivolti a figure non infermieristiche (badanti, familiari, conoscenti, etc.) per avere prestazioni di tipo sanitario. Per il 22% degli intervistati le badanti possono farsi carico di alcuni aspetti dell'assistenza o per l'8,6% alcuni interventi "non hanno bisogno di un infermiere anche se formalmente spetterebbero a loro". Il risultato è, per esempi, che nelle case in cui lavorano badanti, gestiscono le terapie farmacologiche (88,8%), fanno iniezioni (32,3%), si occupano di eventuali bendaggi e medicamenti (30,4%), intervengono in caso di esigenze sanitarie che di solito richiedono il ricorso a infermieri (20,5%) e gestiscono un catetere (6,2%).
«Come infermieri - conclude la presidente Ipasvi - intendiamo chiedere alla politica che si pensi a proposte di legge che defiscalizzino le prestazioni assistenziali sanitarie se infermieri; alle Aziende sanitarie che inseriscano e mantengano strutturalmente nel territorio infermieri educatori per informare, educare ed addestrare i familiari o i loro sostituti ad un accudimento informato, corretto e sicuro dei loro cari. In questo modo si potrà sostenere concretamente e rapidamente le tante famiglie italiane in difficoltà».

Rossella Gemma

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