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lug62017

Inibitori di pompa, studio Usa: più rischi per la vita. Marchi (Sige): troppi fattori confondenti

Inibitori di pompa, studio Usa: più rischi per la vita. Marchi (Sige): troppi fattori confondenti
Gli inibitori di pompa protonica (Ppi) - ampiamente prescritti e autoprescritti per il controllo dei sintomi e delle lesioni da iperacidità gastrica - possono essere collegati a un aumento del rischio di morte secondo uno studio osservazionale di coorte pubblicato su "BMJ Open". I ricercatori, coordinati da Yan Xie, della Washington University di Saint Louis (Missouri, Usa), hanno seguito più di 6 milioni di persone per quasi 6 anni e hanno valutato 3 gruppi di confronto: i pazienti che assumevano Ppi rispetto agli utilizzatori di bloccanti-H2 o rispetto ai non utilizzatori di Ppi oppure a confronto di chi non usava né Ppi né bloccanti-H2. Al follow-up l'uso dei Ppi è apparso associato a un aumento del rischio di morte per tutte le cause del 25% rispetto all'uso dei bloccanti-H2 e, tra i nuovi utilizzatori di Ppi, il rischio era maggiore quanto più lunga era la durata della loro assunzione. Le associazioni erano simili nelle analisi tra i vari gruppi.

La conclusione degli autori è stata che era necessario limitare il più possibile la prescrizione e la durata d'impiego dei Ppi per indicazioni mediche accertate. «Questo lavoro ha sicuramente, a livello mediatico, un impatto molto pesante considerato il numero di soggetti che assumono questo tipo di farmaci» commenta Santino Marchi, direttore UO Gastroenterologia Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana e componente del comitato direttivo della Società italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva (Sige) «ma, nonostante sia stato condotto in modo corretto dal punto di vista dell'analisi statistica, parte da un concetto a mio avviso fortemente confondente, che è il non tenere in adeguata considerazione la presenza di comorbilità dei pazienti». Quello che emerge da questo studio, chiarisce Marchi, è che i pazienti che assumono Ppi sono contemporaneamente affetti da malattia cardiovascolare, diabete mellito, malattia cronica polmonare, ipertensione e dislipidemie, che sono risultati più frequenti nel gruppo dei soggetti che assumevano Ppi rispetto a coloro che non li assumevano.

Al contempo, aggiunge, bisogna considerare che queste malattie sono a loro volta tutte fattori di rischio per l'evento morte. «Un altro limite importante dello studio, come sottolineato dagli autori stessi, è rappresentato dal fatto che la stragrande percentuale di pazienti sono maschi, anziani e veterani dell'esercito americano» evidenzia Marchi. «Questo gruppo di pazienti non rappresenta di per sè uno spaccato realistico della popolazione americana e tantomeno di quella internazionale». Ma i rilievi non sono finiti. «Lo studio ha un altro limite» prosegue il gastroenterologo «che è dato dall'impossibilità di definire con precisione la causa di morte e di conseguenza si basa solo sulla probabilità che l'evento morte possa essere collegato con l'assunzione del farmaco PPI». Gli stessi autori sottolineano nella discussione dello studio che questo rischio diventa tanto maggiore quando ci si trova di fronte a soggetti che assumono questi farmaci senza una giustificazione medica ben motivata né sotto stretto monitoraggio, fa notare Marchi il quale ribadisce come l'autoassunzione di questo come di qualsiasi altro gruppo di farmaci sia assolutamente sconsigliabile. Indubbiamente i Ppi sono molto efficaci ma non privi di effetti avversi. Al contempo, ricorda Marchi «sono farmaci che nel corso degli anni hanno permesso di trasformare l'ulcera gastrica e il sanguinamento gastrointestinale da lesioni del tratto digestivo superiore in malattie trattabili con terapia medica senza la necessità, come in passato, di dover ricorrere alla chirurgia. Sono essi stessi farmaci che riducono il rischio di morte per sanguinamenti gastrointestinali e riducono l'insorgenza di questa recidiva nei pazienti ad alto rischio». Dunque, conclude, «il compito dei medici e delle società scientifiche come la Sige è quello di fare in modo che la prescrizione di questa tipologia di farmaci avvenga in modo corretto e secondo linee guida ben definite; al contempo è necessario incoraggiare, ove possibile, la definizione di periodi di terapia associati a un progressivo 'tapering' per poi arrivare a una selezionata e programmata 'deprescription'. A tale proposito, nei paesi come quelli scandinavi dove questo processo è già iniziato, se ne iniziano a vedere i benefici».

Arturo Zenorini Bmj Open 2017;7:e015735.
http://bmjopen.bmj.com/content/7/6/e015735  
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