NUTRIZIONE

giu222017

Italiani attenti ai pasti ma inclini all'autodiagnosi dei bisogni alimentari

Secondo alcune recenti ricerche gli italiani sono attenti, disciplinati ma con la tendenza ad avere poca fiducia negli esperti, quando si tratta di scelte nutrizionali

Italiani attenti ai pasti ma inclini all’autodiagnosi dei bisogni alimentari
Italiani sotto la lente di ingrandimento: una serie di ricerche, intraprese negli ultimi anni, hanno restituito una fotografia del rapporto con il cibo e lo stato del fisico della popolazione nel nostro Paese.
I risultati di 7 anni di Osservatorio Nestlé - Fondazione ADI (Associazione Italiana di dietetica e nutrizione clinica) sono molto incoraggianti - secondo Giuseppe Fatati, Presidente della Fondazione ADI e coordinatore scientifico dello studio. "Merito delle campagne di educazione alimentare e di un'informazione mirata", spiega. Siamo un popolo attento alle calorie, al numero dei pasti e alle porzioni, ma non ne usciamo a pieni voti: se i "virtuosi consapevoli" sono stati nel 2016 il 54%, "c'è una percentuale di popolazione in sovrappeso che nel nostro Paese continua a crescere (28% nel 2009 vs 30% nel 2016)", ricorda Fatati. Emerge una sottovalutazione del problema costituito dall'obesità, soprattutto da parte degli uomini; diminuiscono infatti quanti si ritengono "per niente soddisfatti del loro peso" (dal 26 al 19%) e aumentano i "soddisfatti o molto-soddisfatti" (dal 36 al 41%). Comportamento rischioso, soprattutto se letto alla luce della tendenza sempre maggiore a basarsi sulle proprie esperienze e a ricorrere all'autodiagnosi (dal 5% del 2010 al 25% nel 2016), con una perdita di credito nel medico di fiducia o nel genitore, come riferimenti di esperti nell'ambito dell'alimentazione. Cresce infatti chi elimina latticini, i lieviti e anche i pomodori; sempre più italiani inoltre pensano di essere allergici, senza nessuna ragione medica.
Analisi, quest'ultima, che trova conferma nei dati Nielsen divulgati dall'Associazione italiana celiachia, in occasione della Settimana Nazionale della celiachia, dal 13 al 21 maggio scorso: sono 6 milioni, in crescita, i non celiaci che eliminano il glutine dalla dieta senza averne bisogno, spendendo più di 100 milioni di euro all'anno e seguendo una dieta che li espone al rischio di carenze (le fibre dei cereali integrali, per esempio) e senza effetti positivi associati.

Ci sono però trend favorevoli che vanno evidenziati. Secondo l'Osservatorio gli italiani che fanno 5 pasti al giorno sono in aumento rispetto al 2011 di 5 punti percentuali, passando dal 16% al 21%. Il 26% è attento a quanto mette nel piatto e aumenta anche il controllo delle calorie ingerite: dal 2011 all'ultima rilevazione del 2014 si è registrato un aumento di 4 punti percentuali (dal 10% al 14%). Infine, un dato sulla carne. Secondo Coldiretti, nel primo trimestre del 2017, i consumi sono calati del 3,9% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente (dati Ismea). Frutto probabilmente di notizie "allarmanti e ingiustificate", ma che tuttavia ci pongono al di sotto del limite di 500 grammi alla settimana consigliato dall' Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).Il 18% consuma meno di 100 grammi di carne alla settimana; il 45% dai 100 ai 200 grammi e il 24% tra i 200 ed i 400 grammi. In Italia mangiamo mediamente 79 chilogrammi pro-capite/anno fra carne di pollo, suino, bovino, ovino: una quantità tra le più basse in Europa e che ci fa figurare virtuosi anche nei confronti degli statunitensi e degli australiani, che mangiano rispettivamente il 60% e il 54% di carne in più di noi.

Francesca De Vecchi
Esperta in scienze e tecnologie alimentari
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