Sanità

nov72016

Jommi (Cergas): riforma costituzionale non risolve disomogeneità distributiva

Jommi (Cergas): riforma costituzionale non risolve disomogeneità distributiva

La modifica costituzionale proposta il 4 dicembre prossimo in sanità potrebbe consegnarci un'Italia dove i passaggi sulle politiche sanitarie e del farmaco sono semplificati, ma sulla disomogeneità distributiva, tra Diretta e Dpc, pesano «più le situazioni di contesto che gli equilibri di potere tra Stato e Regioni» e a fare la differenza per le farmacie sarà l'erogazione dei servizi. È quanto si evince dalle riflessioni di Claudio Jommi Pharmaceutical Observatory del Cergas dell'Università Bocconi e Professore Associato di Management al Dipartimento di Scienze del Farmaco Università del Piemonte Orientale, Novara.

«In linea di principio eliminando la legislazione concorrente ci dovrebbe essere una semplificazione», dice Jommi. «Lo Stato darà le "Disposizioni generali e comuni per la tutela della salute" che le Regioni, in "teoria", non dovrebbero mettere in discussione. Alle Regioni restano competenze di programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali. La conflittualità Stato-Regioni nasce però non solo dalla presenza di un sistema a legislazione concorrente, ma anche dalla difficoltà per le Regioni di mantenere una coerenza tra risorse e Livelli Essenziali di Assistenza (Lea). Ogni Regione ha utilizzato tutti i margini di autonomia che aveva a disposizione, nei limiti di eventuali commissariamenti delle regioni in Piano di Rientro. Se passa la riforma dovrebbe esserci una garanzia che le risorse erogate siano coerenti con la spesa prevista, e quanto più lo Stato Centrale sarà trasparente nei calcoli tanto più dovrebbe diminuire la conflittualità con i governi regionali. La trasparenza sarà essenziale se si vuole mantenere in buona salute il Ssn». La vittoria dei "sì" consentirebbe allo Stato di sostituirsi a Regioni inadempienti nell'erogazione di Lea, di far chiudere un ospedale fatiscente? «In questi anni lo Stato è già intervenuto indirettamente commissariando le Regioni in deficit e sostituendole nei poteri di gestione. Grazie ai piani di rientro, sono state attivate diverse iniziative di contenimento della spesa, che probabilmente non sarebbero state portate avanti a livello regionale. È vero che con le norme del 2001 le Regioni hanno la piena responsabilità di spesa e di coprire disavanzi oggi sempre meno frequenti, ma proprio per questo, in caso di deficit, l'autonomia che evocano e legittimamente esercitano nelle loro scelte, le premia solo se i deficit rientrano. Se non rientrano arriva lo Stato, con la richiesta però di azioni concrete per un programmato ritorno all'equilibrio economico-finanziario».

Troppi sub livelli decisionali (prontuari regionali e aziendali) nel procedimento di recepimento di un farmaco: come interverrà il referendum? «Tante politiche condizionano l'accesso ai farmaci. Una, eclatante, sono i prontuari regionali, che più che restringere il novero dei farmaci rimborsabili in una Regione, allungano i tempi di accesso. Ma ci sono anche strumenti a valle, come le azioni di governo del comportamento prescrittivo, la gestione degli acquisti, l'uso del File F a livello intra-regionale. Penso che, se passa la riforma, i prontuari regionali non avranno più ragione di esistere, a favore di altre iniziative di governo regionale -locale (azioni sui medici, forme alternative di distribuzione). Diversa invece è la situazione dei prontuari locali - ospedalieri, che esistono da molto più tempo e sono gestiti in coerenza con il portafoglio di prestazioni erogate dalle aziende sanitarie. Le Regioni potrebbero invece concentrarsi sulle azioni, che, insieme alle aziende sanitarie, sono loro proprie: dal governo del comportamento prescrittivo all'attivazione di forme alternative di distribuzione».

Nelle convenzioni regionali i farmacisti hanno ricarichi eterogenei che li incentivano di più o di meno sulla distribuzione per conto: il nuovo assetto può incidere su questo micro-caos? «Qui pesano forse più le situazioni di contesto che gli equilibri di potere tra Stato e Regioni. La convenzione delle farmacie risale al 1998, un percorso di riforma della remunerazione è stato avviato nel 2009, ma non ancora implementato. Può darsi che l'approvazione di questa riforma dia un nuovo slancio al percorso avviato, ma sono altri gli elementi che ne ostacolano l'implementazione, ivi inclusi il dialogo difficile tra Ssn e distribuzione e, probabilmente, la circostanza che tali riforme avvantaggino solo alcune farmacie e non altre. Il farmacista che fa tanta distribuzione per conto e ha scommesso sui nuovi servizi, potrebbe essere favorito da tali cambiamenti, mentre chi non si è speso per l'erogazione di servizi non si renderà parte attiva nel sostenere tale riforma».


Mauro Miserendino


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