Sanità

set22008

La frequenza predice il rischio

Secondo Roberto Ferrari, primo italiano alla guida della Società europea di cardiologia (ESC), la frequenza cardiaca elevata è un fattore di rischio per il cuore proprio come la pressione alta e afferma: “Mi auguro che venga presto inserita nelle carte del rischio cardiovascolare”. Ferrari, in occasione del Congresso dell'ESC, in corso a Monaco di Baviera, ha commentato i risultati dello studio internazionale Beautiful da lui coordinato, che sostengono che misurare i battiti cardiaci al polso deve diventare una prassi per tutti: “Se la frequenza cardiaca supera i 70 battiti al minuto � spiega il ricercatore -  significa che il nostro organismo sta inviando un messaggio negativo, tanto più grave quanto più è compromesso il cuore”. Da questa e da altre ricerche emerge, infatti, che, quando il cuore pulsa a un ritmo uguale o superiore a 70 battiti al minuto, nella popolazione generale la mortalità cardiovascolare ha un'incidenza dello 0,5%, che sale allo 0,9% nei cardiopatici stabili, all'1,9% nei cardiopatici ipertesi e arriva al 5,1% nei cardiopatici con disfunzione ventricolare sinistra. Lo studio Beautiful ha, inoltre, dimostrato che un farmaco frutto della ricerca italiana, l'ivabradina, abbatte il rischio di infarto (-36%) e di intervento alle coronarie (-30%), pur non riuscendo a ridurre i ricoveri per scompenso cardiaco. “Ma gli studi su questa molecola selettiva, costruita proprio per ridurre la frequenza cardiaca, sono appena agli inizi” precisa Ferrari.
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