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gen122018

Malattia di Parkinson, caffeina si rivela fattore neuroprotettivo

Malattia di Parkinson, caffeina si rivela fattore neuroprotettivo
Un nuovo studio pubblicato su Neurology suggerisce che la caffeina potrebbe avere un effetto neuroprotettivo contro la malattia di Parkinson e che i livelli di caffeina nei campioni di sangue potrebbero essere utilizzati come biomarcatore della malattia. «Studi epidemiologici in passato hanno suggerito che un pesante consumo di caffè potrebbe essere protettivo contro la malattia di Parkinson. Tuttavia, le nuove scoperte mostrano anche che il malassorbimento della caffeina potrebbe essere un fattore di rischio per la malattia» spiega alla stampa Nobutaka Hattori, del Department of Neurology, Juntendo University School of Medicine, Tokyo, Giappone, co-autore dello studio. I ricercatori hanno arruolato 108 pazienti con malattia di Parkinson lieve o moderata ma senza demenza (54% uomini, età media 67,1 anni) in un ospedale in Giappone tra dicembre 2013 e febbraio 2014, e 31 controlli sani (43% uomini, età media 63,3 anni), e hanno misurato i livelli di caffeina e dei suoi 11 metaboliti in tutti campioni di sangue dei partecipanti.

Sebbene entrambi i gruppi avessero assunto una media di circa due tazze di caffè al giorno, i pazienti con malattia di Parkinson presentavano un livello totale di caffeina di 24 pmol/10 microL, rispetto a 79 pmol/10 microL nei controlli sani. Inoltre, nove degli 11 metaboliti della caffeina, tra cui teofillina, teobromina e paraxantina, erano significativamente più bassi nel gruppo con la patologia. I risultati hanno infine mostrato che la caffeina nei campioni di sangue utilizzata come biomarcatore per malattia di Parkinson aveva un tasso di sensibilità del 77% e un tasso di specificità del 74%. «Nonostante i risultati di alcuni studi precedenti su animali, i cambiamenti dell'intero metabolismo della caffeina nei pazienti con malattia di Parkinson, purtroppo, rimangono poco chiari» concludono gli autori. David Munoz, della University of Toronto, in Canada, e Shinsuke Fujioka, della Fukuoka University in Giappone, scrivono in un editoriale di accompagnamento che lo studio mostra una possibile svolta diagnostica e patogenica, ma il fatto che quasi tutti i pazienti arruolati con malattia di Parkinson stessero ricevendo il trattamento per la loro malattia potrebbe aver portato ad alcuni effetti confondenti. «Studi futuri dovranno valutare il metabolismo della caffeina in pazienti con malattia di Parkinson non trattati o in quelli con segni prodromici di malattia» concludono gli editorialisti.

Neurology 2017. doi: 10.1212/WNL.0000000000004888 http://n.neurology.org/content/early/2018/01/03/WNL.0000000000004888

Neurology 2017. doi: 10.1212/WNL.0000000000004898
http://n.neurology.org/content/early/2018/01/03/WNL.0000000000004898
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