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Omega-3 in gravidanza si associano a riduzione rischio di asma nella prole

Omega-3 in gravidanza si associano a riduzione rischio di asma nella prole
La supplementazione con acidi grassi polinsaturi n-3 a lunga catena (n-3 LCPUFA) nel terzo trimestre di gravidanza riduce nella prole il rischio di asma, respiro sibilante e infezioni respiratorie. Ecco le conclusioni pubblicate sul New England Journal of Medicine dello studio danese COPSAC (Copenhagen Prospective Studies on Asthma in Childhood), primo autore Hans Bisgaard del Herlev and Gentofte Hospital, University of Copenhagen. «Il ridotto apporto di n-3 LCPUFA potrebbe essere tra i fattori che contribuiscono alla crescente prevalenza di disturbi respiratori» scrivono i ricercatori, che hanno randomizzato 736 gestanti alla 24ma settimana a ricevere 2,4 g giornalieri di n-3 LCPUFA sotto forma di olio di pesce oppure olio d'oliva» riprende il ricercatore, spiegando che i loro figli hanno formato nel 2010 la coorte COPSAC e sono poi stati seguiti in modo prospettico con una vasta fenotipizzazione clinica.

«L'end point primario era la comparsa di sibili persistenti o asma e quelli secondari includevano infezioni del tratto respiratorio inferiore, esacerbazioni d'asma, eczema e sensibilizzazione allergica» precisano gli autori, che a conti fatti hanno scoperto che gli integratori abbassano dal 23,7% al 16,9% il rischio di asma, sibili persistenti e infezioni respiratorie delle basse vie. «Se proiettata ai primi tre anni di vita, la riduzione è pari al 30,7%» conclude Bisgaard. E in un editoriale di commento Christopher Ramsden del Laboratory of Clinical Investigation, National Institute on Aging a Baltimora, scrive: «Questi risultati sono promettenti ma esigono una nota di cautela, in quanto le dosi di acido eicosapentenoico (EPA) e acido docosaesaenoico (Dha) somministrate in questo studio, pari a 2,4 g al giorno, sono almeno 15 volte superiori rispetto alla media alimentare. Prima di un'implementazione nella pratica clinica, è quindi indispensabile appurare che dosi tanto elevate non abbiano effetti negativi a lungo termine, per esempio sulla sfera cognitiva o comportamentale, della prole. Servono inoltre studi futuri per capire se dosi più basse abbiano la medesima efficacia e se questi risultati possano essere replicati in altre popolazioni».

N Engl J Med. 2016. doi: 10.1056/NEJMoa1503734
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28029926

N Engl J Med. 2016. doi: 10.1056/NEJMe1611723
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28029914
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