Sanità

giu112014

Parafarmacie, presentate le memorie in Corte costituzionale su fascia C

Parafarmacie, presentate le memorie in Corte costituzionale su fascia C
Alla base della «riserva di vendita della fascia C con obbligo di prescrizione medica», c'è «un elemento di "sostegno" al reddito delle farmacie tradizionali, come individuato, nella sentenza del 5 dicembre 2013, dalla Corte di Giustizia» che non solo configurerebbe «una posizione dominante» ma «una forma di sovvenzionamento degli esercizi farmaceutici "tradizionali", che pone a carico degli acquirenti di farmaci di fascia C con obbligo di prescrizione medica l'onere di finanziare una parte, non esplicitata, dei costi del servizio pubblico universale organizzato secondo il sistema della pianta organica». Una sorta di «aiuto di Stato» senza però che vi sia stata preventivamente una determinazione dei «parametri per il calcolo, il controllo e la revisione della compensazione e le modalità per evitare eventuali sovra-compensazioni». È questa una delle argomentazioni contenute nelle memorie presentate recentemente dalla Fnpi per l'udienza in Corte Costituzionale del 24 giugno sulla liberalizzazione della fascia C. Il documento, reso pubblico sul sito della Federazione, ripercorre tutte le argomentazioni a favore della liberalizzazione per rilevare, in fase finale, che «l'unico argomento effettivamente avanzato ex adverso al fine di "difendere" la limitazione alla libera iniziativa economica privata che riguarda la vendita dei farmaci di fascia C nelle c.d. parafarmacie afferisce al "potenziale" indebolimento dell'intero sistema di pianificazione delle farmacie (e, quindi, della sua stabilità)», con il rischio «per talune farmacie di vedere diminuire la propria clientela e, di conseguenza, di essere private di una parte significativa dei loro introiti». Ma nella riserva di vendita della fascia C ci sarebbe «una forma di sovvenzionamento degli esercizi farmaceutici "tradizionali"», «una forma di finanziamento strutturata sul prelievo "occulto" di ricchezza da una categoria di utenti (gli acquirenti di farmaci di fascia C)», traducendosi in un «meccanismo di non trasparente "sussidiazione" del canale distributivo delle farmacie "tradizionali"» e in uno «strumento per la creazione di una posizione dominante sul mercato dei farmaci in questione». Inoltre, rileva il documento, «il principio affermato rimane a un mero livello assertivo. Non si fornisce alcun dato o alcuno studio al riguardo, non si presentano delle proiezioni che abbiano come riferimento la vendita di quella parte dei farmaci di fascia C già liberalizzati, nemmeno si formulano mai delle ipotesi (fattuali) concrete». Mentre, ricorda l'avvocato, il mercato compreso dalla liberalizzazione «"vale" complessivamente solo il 20% del totale (di modo che è del tutto irrealistica una incidenza così rilevante come quella paventata), e non è affatto detto che la sua "apertura" corrisponda esattamente alla medesima perdita in termini percentuali per le farmacie "tradizionali"». Per altro, continua, «se la dispensazione di tutti i farmaci di fascia C fosse consentita anche nelle parafarmacie: (i) non vi sarebbe alcun pericolo all'atto della dispensazione, garantita sempre dalla presenza di un farmacista; (ii) non vi sarebbe alcun aumento nel consumo di tali medicinali, dato che per la dispensazione degli stessi è comunque necessaria la prescrizione medica; (iii) non vi sarebbe alcun aggravio per le finanze pubbliche, dato che si tratta di farmaci interamente a carico dei pazienti; (iv) non potrebbe esservi alcun "indebolimento" del sistema della pianta organica, dato che la "partecipazione" (anche) delle parafarmacie alle dinamiche competitive sul prezzo di tutti i farmaci di fascia C si introdurrebbe solo con riferimento a una quota parte, peraltro minoritaria, dell'insieme dei farmaci vendibili e che, in ogni caso, (v) permarrebbe intatto il monopolio delle farmacie sui farmaci di fascia A, di modo che il finanziamento del "sistema" della pianta organica rimarrebbe pienamente garantito». Inoltre «(ii) la "competizione" tra i diversi canali di dispensazione si avrebbe solo per quel segmento di farmaci non sovvenzionato (nemmeno in parte) dal servizio sanitario nazionale e, invece, a totale carico dei singoli pazienti; (iii) tale competizione avverrebbe in un ambito dove, in realtà, essa è già esistente, posto adesso che (anche) con riferimento ai farmaci di fascia C soggetti a prescrizione medica ma non a rimborso da parte del servizio sanitario nazionale sono (giuridicamente) possibili, e quindi già in essere, dinamiche competitive sul prezzo tra i diversi esercizi farmaceutici "tradizionali"». Detto questo, «non rimane che constatare l'illegittimità (costituzionale) di un limite incongruo e irragionevole all'iniziativa economica privata» anche «rispetto al fine sociale che (assertivamente) si intende tutelare», la salute pubblica. Una riflessione è dedicata anche alla citata pronuncia della Corte di Giustizia che «non può essere assunta a precedente rilevante ai fini del presente giudizio di legittimità costituzionale» in quanto «i principi evocati nel giudizio sono diversi da quelli propri alla questione di costituzionalità adesso sottoposta alla Corte Costituzionale».

Francesca Giani

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