Sanità

gen192019

Pensioni Quota 100, ok da Cdm. Dubbi su convenienza per redditi più bassi

Pensioni Quota 100, ok da Cdm. Dubbi su convenienza per redditi più bassi
Varato da parte del Consiglio dei ministri il decreto che contiene Reddito di cittadinanza e pensione quota 100. I contenuti, nel testo circolato, sembrano più o meno confermati, anche se non mancano le novità rispetto a quanto avevamo già anticipato, tra le quali la cosiddetta clausola salva-spesa. Se l'impianto generale non è cambiato, c'è da capire a chi convenga realmente utilizzare quota 100 ma, secondo le analisi uscite sulla stampa, per i redditi più bassi c'è comunque da verificare la sostenibilità di quanto verrà percepito, anche perché i tagli all'assegno, conseguenti dai meccanismi del contributivo sono piuttosto importanti, man mano che si anticipa l'uscita.

A ogni modo, pensione a quota 100 (62 anni di età + 38 di contributi), in sperimentazione, varrà per il triennio 2019-2021. Per i lavoratori privati e gli autonomi, la partenza è prevista ad aprile (per chi ha maturato il diritto al 31 dicembre 2018) con un meccanismo di adesione a finestre trimestrali. Per gli statali invece la partenza è ad agosto (mentre inizialmente si ventilava a luglio), per chi ha maturato il diritto nel momento dell'entrata in vigore del provvedimento, e successivamente ogni sei mesi. Necessario comunque un preavviso di sei mesi e, in ogni caso, per tutti gli statali, si prevede il meccanismo Tfs/Tfr anticipato: per chi andrà in pensione da quest'anno la liquidazione sarà anticipata con un finanziamento bancario fino a 30mila euro, con interessi al 95% a carico dello Stato (ora si aspettano 2-3 anni). A ogni modo, i requisiti per quota 100 possono essere raggiunti anche con il cumulo gratuito di versamenti effettuati in gestioni Inps diverse. Dal primo giorno di decorrenza della pensione fino al raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia, c'è il divieto di cumulo dei redditi, da lavoro dipendente o autonomo, a esclusione delle collaborazioni occasionali, con un tetto fino a 5mila euro l'anno.

Un meccanismo questo che potrebbe costituire un freno, soprattutto per chi non percepirebbe una pensione adeguata. Pensione quota 100, nelle intenzioni della politica, è vista anche come uno strumento che dovrebbe favorire l'occupazione: nel decreto è confermata la possibilità per chi ha 59 anni di età e 35 anni di contributi di accedere allo strumento, in presenza di accordi sindacali aziendali o territoriali che implichino nuove assunzioni (specificandone il numero), con oneri deducibili per le aziende. Le imprese infatti hanno la possibilità di usare i fondi bilaterali per finanziare un assegno ponte per il sostegno al reddito. Un'altra misura interessante contenuta nel decreto è la cosiddetta pace sociale, la possibilità di riscatto dei periodi non coperti da versamenti, per i lavoratori che hanno una contribuzione pensionistica a partire dal 96: in questo caso sono recuperabili fino a 5 anni, in unica soluzione o con un massimo di 60 rate, e si prevedono oneri detraibili. Per gli under 45 poi è previsto anche il riscatto della laurea a condizioni agevolate. Anche questa misura è stata declinata, sempre nelle intenzioni della politica, in una logica di incentivo all'occupazione, con la possibilità per l'azienda di farsi carico di queste quote (e deducibilità degli oneri). Per quanto riguarda il finanziamento, nella legge bilancio 2019, sono previsti per il 2019 3,9 miliardi di euro, 8,3 per il 2020 e 8,6 per il 2021. È stata confermata la clausola salva spese, che era stata chiesta dalla Ragioneria generale dello Stato e che prevede un monitoraggio da parte dell'Inps ogni 2 mesi per tutto il 2019 e, successivamente, ogni tre mesi, sulle domande accolte, con la possibilità, per coprire eventuali sforamenti, di tagli al budget del ministero del Lavoro e, se non dovessero bastare, tagli lineari agli altri Ministeri.

Ma a chi conviene? Come già avevamo anticipato, se è vero che non sono previste penalizzazioni, il meccanismo di calcolo contributivo, che tende a premiare la maggiore età di uscita e il montante accumulato, determina un taglio all'assegno che si percepirà più importante man mano che si anticipa l'uscita, in quanto a ci saranno meno anni di versamenti (e quindi un montante contributivo più basso) e un coefficiente di trasformazione meno vantaggioso. Secondo le stime uscite sulla stampa, a soffrire di più è chi ha redditi più bassi, per i quali il rischio è che la pensione non sia adeguata. In particolare, secondo uno studio del Sole 24 ore di ieri, per una retribuzione lorda annua di 30mial euro, se il Tasso di sostituzione, vale a dire il rapporto tra la prima rata di pensione annua lorda e l'ultima retribuzione annua lorda, al raggiungimento dei 67 anni di età è di circa il 72,7%, a 62 anni è di 59,5 e a 64 di 65,5 con una differenza del 22,2% se si sceglie l'uscita a 62 anni e al 12,6% a 64.


Francesca Giani
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