FITOTERAPIA

apr222016

Piante afrodisiache, dall'India Ayurvedica ai giorni nostri

La parola afrodisiaco deriva da “afrodite”, la dea greca dell’amore. Il termine si riferisce a sostanze organiche e inorganiche in grado di migliorare le prestazioni sessuali e il desiderio

Quando in Europa si parlava ancora del fosforo e della cantaride (un insetto dall'effetto vescicatorio usato come afrodisiaco) gli indiani e i cinesi avevano già scritto dei veri e propri trattati di medicina sulla sessualità. Nel Caraka Samhita ad esempio, uno tra i libri più antichi e autorevoli della Medicina Ayurvedica, in una sezione chiamata Vajikarana, si parla solo di piante afrodisiache. Un passo del libro afferma che "la salute ha tre principali pilastri - una dieta equilibrata, un sonno adeguato e una vita coniugale e sessuale sana". Un grande pensiero umanistico se si considerano i tempi in cui è stato scritto il libro (II sec. a.C. circa). Vaji in sanscrito significa cavallo e Vajikaran si traduce con "produrre il vigore di un cavallo". Sono riportate più di 100 formule fitoterapiche volte a migliorare la spermatogenesi, il desiderio e le prestazioni sessuali. Alla luce di ciò che oggi sappiamo riguardo la "fisiologia del sesso" ci è possibile spiegare alcuni effetti biologici delle piante presenti nel Vajikaran. Sappiamo ad esempio che la libido è influenzata da fattori neuro-chimici e vascolari. Le ipotesi più accreditate suggeriscono che serotonina e dopamina siano i neurotrasmettitori coinvolti nel controllo del desiderio con la prima avente un ruolo inibitorio e la seconda stimolante. Sembra inoltre che esistano numerosi cross-talk a livello neuronale tra la dopamina e l'ossido nitrico. Quest'ultimo è il vero protagonista nell'atto sessuale poiché favorisce la produzione del cGMP che promuove l'afflusso del sangue a livello dei genitali.Nel Vajikaran si parla del Tribulus terrestris, una pianta ora usata dai culturisti e dagli sportivi. Come confermato da studi recenti, la sua radice è in grado di aumentare i livelli di androgeni nel maschio e com'è noto, c'è una diretta relazione tra i livelli di testosterone e il rilascio di ossido nitrico. Alcune piante abbracciano altri aspetti della sessualità ad esempio è stato confermato da studi sull'uomo che la Whitania somnifera stimola la spermatogenesi nel maschio e la lubrificazione vaginale nella femmina. Effetti simili sono stati riscontrati anche con i semi di Mucuna pruriens. Essa può vantare anche la presenza L-DOPA, il precursore della dopamina che abbiamo visto stimolare il desiderio. Un altro afrodisiaco usato in oriente è il Ginseng coreano perché promuove e prolunga l'erezione nell'uomo probabilmente a causa della stimolazione delle surrenali. Le piante afrodisiache sono state usate per secoli da tutte le popolazioni del mondo. Si ricordano ad esempio la Yohimbe in Africa occidentale, la Damiana in America centrale, la Maca in Perù. Nel mondo ora sta dilagando invece l'uso di un farmaco di sintesi, il sildenafil, che inibendo la fosfodiesterasi V ovvero l'enzima che inattiva il cGMP, favorisce l'erezione.La Natura però ci aveva pensato prima dell'uomo donandoci una pianta chiamata Epimedium sagittatum, in cinese yin yang huo ovvero la pianta della capra licenziosa. Riportata anch'essa nel Vajikaran, può vantare una frazione flavonoidica in grado di proteggere il seme e le gonadi da ossidazione. Inoltre contiene l'icariina, una molecola che agisce esattamente con lo stesso meccanismo d'azione del sindenafil in modo dose dipendente. Tuttavia il Ministero della Salute si è riservato di farla utilizzare negli integratori perché secondo la letteratura disponibile non si sono stabiliti ancora con chiarezza gli effetti tossici sull'uomo.

Angelo Siviero
Farmacista galenico esperto in fitoterapia e medicine alternative
Per info: sivieroangelo1@gmail.com
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