Sanità

lug162021

Prestazioni sanitarie nei pazienti non Covid, i dati allarmano. Ecco il decalogo per le istituzioni

Prestazioni sanitarie nei pazienti non Covid, i dati allarmano. Ecco il decalogo per le istituzioni

Nel 2020 c'è stato un crollo di 145 milioni di prestazioni specialistiche e 1,3 milioni di ricoveri in elezione sono saltati. I dati del Rapporto sull'impatto della pandemia sui pazienti no Covid

I pazienti italiani oncologici, cardiologici, neurologici, reumatologici iniziano a pagare il prezzo dei reparti chiusi per Covid, degli ambulatori sospesi, delle mancate visite specialistiche, degli esami rinviati. Nel 2020 c'è stato un crollo di 145 milioni di prestazioni specialistiche, e 1,3 milioni di ricoveri in elezione sono saltati. Lo confermano i dati del Report Gimbe "Impatto della pandemia sull'erogazione di prestazioni sanitarie nei pazienti Non Covid".

Acoi: i pazienti non si sono stabilizzati

I pazienti non si sono stabilizzati ha spiegato il presidente dell'Associazione chirurghi ospedalieri Acoi Pierluigi Marini alla presentazione del Decalogo "La mia salute non può aspettare". «Un anno fa presentando i dati sugli interventi persi affermavamo che avremmo visto gli esiti in termini di malattie più avanzate nel giro di due anni. Purtroppo, li vediamo già - dice Marini - ad esempio tumori avanzati o che hanno modificato la loro storia clinica e mettono a rischio la prognosi. Avevamo fatto passi da gigante fino al 2019, per tutti i tipi di patologia, ma questo sistema con il Covid è saltato. Per recuperare gli interventi persi dovremmo produrre il 110% delle prestazioni erogate prima della pandemia, dicono le regioni. Ma alle istituzioni rispondiamo che servono due condizioni, da una parte si deve dire ai pazienti che oggi è possibile non solo tornare negli stadi ma anche in ospedale, e più in generale a fare prevenzione, cura, follow up delle terapie; dall'altra si deve porre le unità di chirurgia in condizione di erogare questo 110%. In questi mesi difficili il personale è diminuito. Alcuni chirurghi, infermieri di sala operatoria, anestesisti che potevano anticipare la pensione lo hanno fatto. Né si possono gravare gli specializzandi di compiti che non possono garantire, avendo dei percorsi formativi da rispettare. Si investa per garantire questa grande mole di lavoro da parte del personale sanitario. E si ridisegni la formazione prendendo in esame percorsi hub-spoke e reti, senza che nessuno se ne abbia a male». Sulla telemedicina, Marini, che ha vissuto i progressi nella chirurgia guidata, la vede elettiva nelle visite di follow up, «e mai prima dell'intervento chirurgico: qui il paziente vuole vedere in faccia chi lo opererà, chiede una relazione di cura, altrimenti comprensibilmente "scappa" dall'intervento».

Nel 2020 meno 144,5 milioni di prestazioni no Covid

I dati offerti dal presidente Gimbe Nino Cartabellotta consentono di capire alcuni motivi per cui l'attività Covid ha inciso su quella non Covid. Non solo spostamenti di medici ed infermieri. «Man mano che entravano nuovi pazienti Covid in ospedale, si cannibalizzavano letti di area medica e terapia intensiva: al di là dei tassi di occupazione che leggevamo sui media del 30 o 40% le regioni spesso puntavano ad aumentare il denominatore (dei letti intensivi e semintensivi disponibili ndr) per evitare di sforare gli standard nazionali altrimenti sarebbe peggiorato il loro status nella gestione della pandemia». Sulle prestazioni no-Covid, dei 144,5 milioni di prestazioni in meno registrate nel 2020 un 62,6% sono esami di laboratorio, un 13,9% diagnostica strumentale, un 12,9% sono visite specialistiche, un 5,8% riabilitazione. Alcune regioni hanno tenuto peggio, la Basilicata ha avuto un crollo del 60% delle visite di controllo, doppio rispetto alla media delle altre regioni. Tra le "popolose" si va dal -14,7% della Toscana al -27,5% della Lombardia. Sugli screening c'è un 25% medio di prestazioni da recuperare in giro per l'Italia. E bisogna capire come porsi di fronte a un crollo del 57% dei ricoveri programmati. Sia Cartabellotta sia la senatrice Paola Boldrini vicepresidente della Commissione Igiene e Sanità sottolineano come i 500 milioni stanziati dallo Stato, che ora ne mette altri 450, per recuperare le prestazioni perse non siano stati ancora spesi dalle Regioni, per motivi da capire. «Spesso sanità più vessate dal Covid hanno mantenuto livelli elevati di prestazioni a pazienti no-Covid (è il caso di regioni benchmark o "quasi" come Veneto, Marche, la stessa Toscana, ndr) e dobbiamo chiederci perché non sia accaduto lo stesso in regioni dove la malattia ha inciso meno», dice Boldrini che - intervenuta con la presidente Commissione affari sociali Rossana Boldi e con la deputata Angela Ianaro - punta il dito su una "questione organizzativa" da risolvere con i governatori in vista della realizzazione del Recovery Plan.

La percezione della sanità durante la pandemia

Dal punto di vista dei pazienti c'è anche un'importante indagine sulla percezione della sanità in tempo di pandemia da parte di quattro categorie: positivi a screening sangue occulto ed in attesa di colonscopia (che spesso si sono visti cancellati gli appuntamenti); pazienti con diagnosi di malattia cardiovascolare od ortopedica e in attesa di intervento o terapia (che percepiscono un rischio di contagio nel percorso ospedaliero); appena operati in attesa di riabilitazione (che talora lamentano gap di comunicazione con i sanitari e poco sanno dei protocolli adottati) e infine in follow up che temono di essere dimenticati ma possono riporre legittime aspettative sulla telemedicina. «In tutti i casi si chiede un rapporto dialogico con la sanità e di recuperare la capacità del sistema di prendersi cura di tutti», dice Massimo Massagrande, manager director Elma Research cui si deve l'indagine. «Ma servirebbe saper comunicare che in realtà nessuno è lasciato solo, poiché ogni operatore oggi è formato a vigilare attivamente sui protocolli messi in atto». Un ruolo nel coordinare la rete di vigilanti del follow-up, nonché nella presa in carico di screening e pazienti cronici l'ha il medico di famiglia, come sottolineato dalle associazioni intervenute (Anmar, Europa Donna, Europa Colon) che intanto hanno rivestito in prima persona un ruolo di orientamento grazie alla rete di chirurghi diffusa nelle varie regioni.
Il Decalogo, iniziativa sostenuta da Johnson & Johnson, chiede sei interventi a breve termine (rassicurare sulle misure prese dalle strutture per prevenire il contagio; definire la necessità di riprendere le cure; riprendere subito l'attività ante-pandemia -sono tuttora chiusi ambulatori ritenuti indispensabili; dare priorità alle necessità chirurgiche più urgenti; definire il ruolo della telemedicina nei controlli; impostare un decalogo con le istituzioni) e quattro a lungo: appoggiarsi sulla sanità digitale; scommettere sui "big data" per sartorializzare le cure; limitare l'intervento dell'ospedale all'acuzie e potenziare la rete territoriale per le altre condizioni dei pazienti.

Mauro Miserendino
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