Sanità

dic172019

Previdenza: si discute su tutele giovani. Enpaf: buon rapporto contributi-pensione

Previdenza: si discute su tutele giovani. Enpaf: buon rapporto contributi-pensione

Sistema pensionistico: come garantire ai giovani lavoratori pensioni che siano sostenibili? Il punto di Alberto Brambilla, presidente Centro studi e ricerche itinerari previdenziali

Il sistema pensionistico italiano è davvero stabile in prospettiva? In che modo garantire ai giovani lavoratori pensioni che siano sostenibili? Sono davvero problematiche le formule di pensionamento anticipato, quali Quota 100? Sono queste alcune delle domande sempre più nel dibattito sulle pensioni e che sono state al centro di una riflessione, a firma di Alberto Brambilla, presidente Centro studi e ricerche itinerari previdenziali, in un editoriale di ieri. E, sempre da Itinerari Previdenziali, in attesa dei dati sul sistema pensionistico del 2018, che verranno presentati a febbraio, emerge un quadro, relativo all'anno 2017, sull'Enpaf, che evidenza, tra gli altri aspetti, come il rapporto tra pensioni medie corrisposte e contributi medi versati sia di 2,1.


Quali strumenti di flessibilità in uscita?

«Nell'ultima edizione del "Pensions at a Glance 2019" dell'Ocse» scrive Brambilla, insieme a Michaela Camilleri, sempre del Centro studi itinerari previdenziali, «si legge che, pur avendo un'età legale per l'accesso alla pensione di vecchiaia pari a 67 anni, in Italia l'età effettiva di uscita dal mondo del lavoro si ferma a 63,3 anni per gli uomini e 61,5 per le donne. Troppo pochi, secondo l'Ocse, per garantire la sostenibilità del nostro sistema pensionistico. Sulla base di questi dati, il suggerimento è quello di "aumentare l'età effettiva di pensionamento", limitando le forme di prepensionamento e applicando l'adeguamento alla speranza di vita anche all'anzianità contributiva (meccanismo previsto dalla riforma Monti-Fornero e successivamente bloccato fino al 2026 a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 e 10 mesi per le donne)». Per l'Italia, «le molteplici opzioni di uscita anticipata introdotte in questi ultimi anni hanno portato ad avere una vera e propria "giungla pensionistica" con regole diverse per ogni categoria».
La «tanto dibattuta Quota 100, ad esempio, malgrado non sia una risposta completa né sotto il profilo tecnico né dal punto di vista politico, ha comunque evidenziato la necessità di risolvere un problema vero, ossia l'eccessiva rigidità introdotta dalla Monti-Fornero». A oggi, «il grosso dei lavoratori con il sistema retributivo o misto bloccato dalla Fornero, che poteva approfittare di Quota 100 senza rimetterci molto, è già uscito; a partire dal prossimo anno, invece, la maggior parte di coloro che potrebbe accedervi avrebbe almeno il 60-65% dell'assegno pensionistico calcolato con il metodo contributivo, rischiando di perdere in media il 10% per l'intera durata della pensione. E, infatti, gli anni medi di anticipo rispetto ai requisiti di legge ci dicono che siamo più vicini a Quota 103 che a Quota 100». Ma queste riforme «si sono focalizzate solo sulla riduzione della spesa pensionistica senza neppure accorgersi (o, forse, sarebbe stato troppo impopolare?) che è la spesa assistenziale quella che sta aumentando pericolosamente». Con la conseguenza che la situazione «si è rivelata fin troppo rigida soprattutto per i più giovani, i cosiddetti contributivi puri: per loro, l'accesso alla pensione è previsto a 64 anni solo a patto di aver maturato un assegno pari a 2,8 il minimo (1.300 euro al mese), una soglia che - considerate le retribuzioni attuali - rischia appunto di escludere una grande fetta di giovani lavoratori, ai quali resterebbe come unica alternativa il pensionamento di vecchiaia a 71 anni (la soglia si abbassa a 1,5 volte il trattamento minimo al raggiungimento dei 67 anni di età)».
Ma, è la conclusione, «una flessibilità in uscita è assolutamente necessaria a maggior ragione considerando che, a partire dal 2020, il 73% dei lavoratori - che aumenteranno al 95% nel 2022 - avrà gran parte della pensione calcolata con il metodo contributivo e, quindi, non costerà un euro di più alla collettività (solo il costo dell'anticipo che si ammortizzerà nel corso dei successivi 10 anni). Del resto, non a caso, tutti i sistemi pensionistici che applicano il metodo di calcolo contributivo hanno la flessibilità in uscita. Ma, soprattutto, occorre concludere il ciclo delle riforme dando certezza ai cittadini con regole semplici e valide sia per tutti».


Performance positive per Enpaf

Per quanto riguarda l'Enpaf, dati interessanti sono contenuti nel Rapporto sul "Bilancio del sistema previdenziale italiano. Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell'assistenza" che ogni anno - dal 2012 - viene curato dal Centro studi e ricerche di itinerari previdenziali. Se la nuova edizione, con i dati più aggiornati relativi al 2018 verrà presentata a febbraio 2020, resta interessante il quadro generale che emerge dal rapporto relativo al 2017, presentato a febbraio di quest'anno e tornato al centro della discussione. In generale, le casse private relative al mondo sanitario registrano performance positive in relazione agli utili. Al primo posto, con un grande stacco, c'è l'Enpam, la cassa dei medici, che, forse anche in ragione di un elevato numero di iscritti, raggiunge quota 1,1 miliardi di euro.
L'Enpaf, con un attivo di 115 milioni, è tra le posizioni elevate della classifica generale delle casse professionali, ma limitando l'analisi a quelle sanitarie ricopre il secondo posto, seguito da psicologi (106 milioni), infermieri (92) e veterinari (66). Un dato interessante riguarda poi il rapporto tra pensione media corrisposta e contributi medi versati, che è pari a 2,1 volte, con un valore abbastanza costante nel tempo (2,12 anche nel 2016; 2,02 nel 2013; 1,67 nel 2008). Mentre per quanto riguarda il rapporto tra pensionati e iscritti attivi l'Enpaf raggiunge un valore del 26,64%, poco più di un pensionato ogni quattro attivi, con un calo nel tempo (27,47 nel 2016; 31,04 nel 2013; 36,38 nel 2008). Su questo punto, fa meglio la Cassa dei commercialisti (11,36 pensionati ogni 100 attivi), mentre per i medici il rapporto (57,70) mette in luce alcune problematiche legate probabilmente al blocco del turn over e alla carenza di professionisti soprattutto nella medicina generale.

Francesca Giani
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