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feb272019

Rapporti medici-industrie farmaceutiche, Gimbe: Italia ok ma si può fare di più

Rapporti medici-industrie farmaceutiche, Gimbe: Italia ok ma si può fare di più
I rapporti tra professionisti sanitari e industrie farmaceutiche in Italia sono abbastanza trasparenti ma si può fare di più: è il senso del primo Report della Fondazione GIMBE sui trasferimenti 2017 delle industrie. Una ricerca su un tema che scotta sempre: ricordiamo la recente iniziativa dell'associazione di consumatori Codacons che, ripreso dal sito Glaxo l'elenco dei medici percettori di somme dalle industrie farmaceutiche, lo ha inviato alle Fiamme Gialle e ha chiesto agli ordini veneti e friulani di far dichiarare i loro conflitti agli iscritti coinvolti tramite un cartello in studio. Per rendere più trasparenti i trasferimenti, a regola del tutto leciti, ai sanitari italiani in cambio di servizi, consulenze, formazione, ricerca, si discute il "Sunshine Act" in Commissione Affari sociali alla Camera, che impone ai produttori di pubblicare le singole erogazioni del valore di più di 10 euro, 500 euro se arrivano alle organizzazioni sanitarie. Intanto, già dal 2016 Farmindustria aderisce al codice dell'European Federation of Pharmaceutical Industries and Association-EFPIA con altre 32 associazioni industriali nazionali, e ha un Codice deontologico dal 2015 che vincola le case farmaceutiche a pubblicare ogni anno i trasferimenti di valore a sanitari e loro organizzazioni (esclusi i dati relativi ai farmaci da banco non soggetti a prescrizione) utilizzando un modulo standard. Sui moduli in questione si appunta il Report GIMBE sui trasferimenti 2017 delle prime 14 industrie operanti in Italia, che rappresentano il 51,5% del fatturato delle imprese Farmindustria. Si tratta di un importo totale di 288 milioni, la spesa stimata in totale è tra 550 e 580 milioni: un 41% è destinato a ricerca e sviluppo, e qui non è dato distinguere destinatari e motivazioni; un 59% (pari a 170 milioni circa) va invece per circa tre quarti a organizzazioni sanitarie, 124,8 milioni, e per uno ad operatori sanitari, 45,9 milioni.
La Fondazione guidata da Nino Cartabellotta è andata a vedere sui siti web delle aziende, ha prelevato i file -talora in formati non fruibili ai fini dei calcoli- ha inserito le cifre in un database unico e aggregato i destinatari per categoria. Tra le organizzazioni sanitarie, sono le società di servizi ad attingere al 56% delle erogazioni delle industrie, seguite dalle società scientifiche (14%) e da atenei, istituti di ricerca, ospedali, attestati -ognuna delle tre tipologie - grosso modo tra il 6 e l'8% della "torta". Tra i sanitari-persone fisiche, non tutti danno l'ok a che si pubblichino i loro dati, ed è possibile trovare erogazioni in forma aggregata, che rappresentano poco più di un terzo dei 45,9 milioni spesi per i "camici" e sono destinate 8 milioni a servizi e consulenze e 8 milioni a partecipazioni ad eventi formativi. Da qui le osservazioni della Fondazione, sull'eterogeneità ed inadeguatezza dei formati dei file messi on line dalle industrie, e sull'assenza di un Report annuale sul tema (un database nazionale ora c'è in Gran Bretagna all'ABPI). Sull'accessibilità, altre due indicazioni: una, più "critica", sull'impossibilità di identificare i destinatari quando i dati sulle erogazioni sono forniti in forma aggregata; e una sulla necessità di includere le associazioni di pazienti tra quelle regolamentate dal Codice EFPIA. Farmindustria potrebbe anche farsi portavoce in EFPIA per migliorare la trasparenza del reporting. In tema di conflitto d'interesse, il Report GIMBE da una parte elogia il disclosure code EFPIA, che pubblicando tutti i finanziamenti ai professionisti sanitari consente ai cittadini di «giudicare se le decisioni terapeutiche che li riguardano siano o meno influenzate da interessi esterni di varia natura». Dall'altra, accanto ai dati della ricerca Fabbri et al su British Medical Journal - due società scientifiche su tre fanno finanziare i congressi da industrie e un 29% presenta i loghi sul sito - cita il sondaggio tra gli oncologi Cipomo, il 67% dei quali ammette possibili conflitti d'interesse nei rapporti con l'industria e, implicitamente, la necessità di maggiore trasparenza.
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