Sanità

nov92017

Ricetta in parafarmacia, sentenza di assoluzione fa discutere. Ecco le norme violate

Ricetta in parafarmacia, sentenza di assoluzione fa discutere. Ecco le norme violate
Continua a far discutere la sentenza di assoluzione dal reato di abuso di professione della farmacista che ha venduto un farmaco di fascia A in parafarmacia. Un tema su cui, è parere di esperti legali, è necessario portare un po' di chiarezza per evidenziare che, se non c'è stato un reato di abuso di professione - che avrebbe implicato la consegna del farmaco da parte di un non farmacista - potrebbero essere state però violate altre norme, che vietano la consegna di farmaci con ricetta in parafarmacia. In particolare, spiega Paola Ferrari, avvocato dell'omonimo studio legale e curatrice del sito www.legalcorner.it, «non va fatta confusione tra fattispecie diverse che riguardano l'aspetto delle competenze professionali da quelle che riguardano gli aspetti amministrativi concernenti la vendita senza autorizzazione ed il venir meno del principio della tracciabilità del farmaco». Per quanto riguarda l'aspetto penale (art. 348 codice penale), come già evidenziato, si prevede che «chiunque abusivamente esercita una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato, è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa da centotre euro a cinquecentosedici euro». Ma, continua Ferrari, «poiché il farmaco è stato consegnato da un farmacista il reato non esiste».
Altra cosa è invece l'aspetto amministrativo: «In questo caso le norme violate sono diverse ed indicate dal Testo unico dei medicinali». Ecco quali sono.
Farmacia abusiva. A configurarsi in particolare è la costituzione di "farmacia abusiva". A questo spinge la normativa che riguarda definizione e modalità di dispensazione dei medicinali non soggetti a prescrizione, tra cui «l'art. 96 Medicinali non soggetti a prescrizione o l'art. 5 della legge 4 luglio 2006 n. 223 che i farmaci che richiedono ricetta possano essere venduti in farmacia». Ma soprattutto «l'art. 3 Legge 8 novembre 1991, n. 362 secondo cui "Chiunque apre una farmacia o ne assume l'esercizio senza la prescritta autorizzazione è punito con l'arresto fino a un mese e con l'ammenda da lire cinque milioni a lire dieci milioni». E in questa direzione un punto su cui occorre prestare attenzione è che «nei casi indicati, l'autorità sanitaria competente ordina l'immediata chiusura della farmacia: questo è importante perché la norma presuppone che dalla vendita di farmaci in parafarmacia derivi la conclusione che si tratti di una "farmacia abusiva"». Oltre tutto, «in applicazione di questa previsione, come era già emerso anche nella sentenza del tar Abruzzo n. 384 del 12/10/2015, l'autorità sanitaria, nel momento in cui accerta la vendita da parte di un'attività commerciale di farmaci, deve ordinare "l'immediata" chiusura della farmacia, abusivamente attivata, senza attendere l'esito del giudizio penale. E questo, come aveva messo in luce la sentenza, deriva dall'"evidente pericolo per la salute pubblica"».
Grossista, farmacie e parafarmacie. Infine c'è l'aspetto della tracciabilità del farmaco: «Il titolare dell'esercizio commerciale può acquistare i medicinali solo da soggetti autorizzati che siano regolarmente registrati nel sistema della tracciabilità del farmaco e quindi in possesso dello specifico identificativo univoco. Se è assodato che un farmacista possa anche esercitare una distribuzione all'ingrosso con obbligo di tracciabilità, questo non è previsto per la vendita di farmaci tra farmacia e parafarmacia, se non nei limiti di quanto effettivamente possa essere venduto all'interno di quest'ultima. Così, se una farmacia effettua un'operazione di vendita con farmaci acquistati con il codice univoco dal grossista e poi conservati nel magazzino della parafarmacia, di fatto realizza una vendita illecita effettuata da quest'ultimo soggetto, non autorizzato a tale tipo di vendita. Un comportamento che viola da parte del distributore e del farmacista l'art. 104, comma 1, lettera c) del decreto 219/2006». Ci sono poi «anche violazioni deontologiche ed in particolare l'art. 3 comma 2 lettera b (b) Al farmacista è vietato "ogni atto che configuri concorrenza sleale di cui all'art. 2598 del Codice Civile). Nella fattispecie, la concorrenza sleale è da rilevare sia nei confronti delle farmacie che dei titolari di parafarmacia».

La sentenza non costituisce un precedente. La sentenza in ogni caso, aggiunge Gustavo Bacigalupo, avvocato dell'omonimo studio legale, in una riflessione, «non può costituire nessun "precedente", sia pure di merito, sotto alcun aspetto». Del resto, continua, «è dato frequentemente di assistere al binomio farmacia/parafarmacia dove i due esercizi sono entrambi riconducibili anche formalmente alla stessa persona fisica, mentre sappiamo bene che una società, di persone o di capitali, titolare di una o più farmacie non può assumere - neppure dopo l'entrata in vigore della l. 124/2017 - la titolarità di una o più parafarmacia né svolgere attività in qualunque modo diverse dal suo "oggetto esclusivo" che è tuttora costituito, per il comma 2 dell'art. 7 della l. 362/91, dalla "gestione di una [ma in realtà più di una...] farmacia». Ma in realtà «non è proprio rarissimo che il "bititolare" individuale si lasci vincere dalla tentazione di confondere i due rami di azienda con risultati non molto dissimili da quello su cui ha deciso il Got di Catanzaro. Come però si è appurato, Pm e Gip e magari anche la parte civile (il titolare della farmacia della frazione) non sono riusciti ad avviare il procedimento nella direzione corretta».
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