Sanità

gen112018

Ricette illeggibili, farmacisti: da ospedali prescrizioni poco chiare

Ricette illeggibili, farmacisti: da ospedali prescrizioni poco chiare
Torna a far discutere il fenomeno delle ricette illeggibili, spesso legato all'uso di sigle e abbreviazioni. Se sul territorio la ricetta dematerializzata ha fatto molto, negli ospedali questa non è ancora realtà diffusa e così può capitare che alle dimissioni da pronto soccorso e ospedali i pazienti ricevano ricette o indicazioni terapeutiche - date a voce o sul foglio di dimissione - non chiare. Una situazione con cui farmacie e medici di famiglia entrano in contatto non di rado e che riguarda in generale una comunicazione medico-paziente che talvolta è troppo sintetica, anche a causa di poco tempo, con il rischio di errori nell'assunzione delle terapie. Tagli alla sanità, blocco del turn over, sovraffollamento delle strutture non aiutano, ma dalla Federazione degli ordini dei medici è partito il richiamo a comunicare bene la terapia, «parte finale di un percorso tra medico e paziente».
«Una situazione frequente» denuncia a un'agenzia stampa Achille Gallina Toschi, presidente di Federfarma Emilia Romagna. «In farmacia riceviamo molto spesso richieste di chiarimento per le prescrizioni dopo le dimissioni da pronto soccorso o da un ricovero e questo vale per tutti i pazienti: non solo gli anziani, ma anche i giovani e le persone più istruite. Insieme ai medici di famiglia ci ritroviamo spesso a dover interpretare indicazioni siglate, abbreviate o molto sintetiche, consegnate al paziente rapidamente al momento dimissione. Inoltre abbiamo frequentemente richieste di spiegazioni sul modo d'uso dei farmaci prescritti, in particolare quelli da utilizzare con device innovativi. Le incomprensioni maggiori sono quelle sulle modalità di somministrazione. Un esempio sono le bustine per uso locale, ma prese erroneamente per bocca. Un altro caso è quello dell'eparina iniettabile, spesso prescritta dopo le fratture che obbligano a immobilità. Un farmaco che prevede iniezioni sulla pancia e che, invece, alcuni pazienti pensano di iniettare per via intramuscolare o in vena, con conseguenti danni». Il problema è che «in ospedale non sempre si riesce a dedicare sufficiente tempo ai pazienti che avrebbero bisogno di più indicazioni e spiegazioni. Inoltre, il fatto che nella maggior parte dei casi non ci sia un rapporto diretto e di lunga durata tra medico ospedaliero e assistito, come invece accade con i medici di famiglia e i farmacisti, non permette al paziente di porre tutte le domande che vorrebbe.
«La ricetta dematerializzata è stata un grande passo avanti» concorda Mario Falconi, presidente del Tribunale dei diritti e doveri dei medici, già presidente dell'Ordine dei medici di Roma e medico di famiglia. «Ma in ospedale se ne fanno ancora pochissime, forse meno del 20%. Un dato «legato anche alle difficili condizioni in cui spesso sono costretti a operare i medici dell'emergenza e quelli ospedalieri. Con il blocco del turnover, la riduzione degli operatori e i tagli degli ultimi anni, le strutture ospedaliere devono far i conti con una domanda crescente da gestire con risorse ridotte. In questo modo i tempi da dedicare al singolo paziente si restringono necessariamente».
Ma, è l'intervento della Fnomceo, per bocca del vicepresidente, Maurizio Scassola, che sottolinea come il «problema di comprensibilità si riscontra, il più delle volte, anche nei referti di analisi strumentali», «prescrizioni chiare e comprensibili sono un diritto dei pazienti, ma anche una tutela per i medici prescrittori. Non è accettabile che un paziente esca da un luogo di cura senza la necessaria chiarezza su come assumere la terapia. La prescrizione, infatti, è la parte finale di un percorso di comunicazione tra medico e paziente. E se questa parte è carente, salta l'efficacia stessa dell'intera cura e si innesca anche possibilità di errore medico. È in gioco la sicurezza del paziente. Anche nel redigere i referti diagnostici il medico deve essere chiaro, nei limiti delle tecniche usate, e comunque fornire al paziente sempre una sintesi chiara, sia a parole sia in forma scritta. In questo campo, infatti, l'ambiguità non va bene per nessuno perché il referto ha un valore legale e probatorio. E quindi spiegarsi bene è un vantaggio anche per il medico». Dall'altra parte però «servono modelli organizzativi e informatici che facilitino il compito dei camici bianchi».

Francesca Giani
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