Sanità

giu62019

Sanità pubblica. Ricciardi: la battaglia per la salute riguarda legislatori, operatori e cittadini

Sanità pubblica. Ricciardi: la battaglia per la salute riguarda legislatori, operatori e cittadini

Sanità pubblica, Walter Ricciardi riflette sulle cause della crisi attuale e sul possibile futuro del Sistema sanitario

C'è una battaglia che attende chi dovrà finanziare e gestire la sanità, chi, come gli operatori sanitari, si troverà in trincea tra richiesta e impossibilità di dare, e chi, come i cittadini, avrà difficoltà ad accedere ai servizi pubblici. È "La battaglia per la salute", come la definisce nel libro che porta questo titolo, l'autore, Walter Ricciardi, già Presidente dell'Istituto Superiore di Sanità (ISS), medico e docente universitario che si occupa da anni, ad alti livelli di responsabilità, di sanità pubblica.
«La battaglia più importante - ha affermato in un'intervista rilasciata degli studi di Federfarma Channel - per chi dovrà finanziare la sanità, con la spesa pubblica fortemente minacciata dalla crisi economica, dal debito pubblico; per chi dovrà gestire la sanità, perché con meno risorse e più domanda si genereranno tensioni; per gli operatori sanitari, in trincea tra chi chiede e l'impossibilità di dare; per i cittadini, che avranno difficoltà ad accedere ai servizi pubblici e dovranno optare per una strada alternativa, che non tutti si possono permettere».

In questo periodo di grande discussione sulla sua sostenibilità, come si inserisce il nostro Sistema sanitario nel quadro dei sistemi sanitari europei? della sanità Europea?
«I Paesi che sono andati in crisi, come Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, di fatto hanno perso il proprio sistema sanitario pubblico: basti pensare che in Grecia ormai per accedere ai farmaci antitumorali bisogna pagare o avere un'assicurazione, mentre Portogallo e Spagna stanno meglio perché hanno ridotto l'emissione di servizi. L'Italia è l'ultimo grande Paese con un servizio pubblico nazionale, che però presenta tutte le premesse per un ridimensionamento o addirittura un crollo. Segnali che sono già evidenti in molte Regioni: spesso i cittadini delle regioni del Sud, ad esempio, se hanno una patologia seria non sanno a chi rivolgersi, e decidono di spostarsi al Nord per poter fruire dei servizi che, diversamente, non potrebbero ottenere».

Quali possono essere le strategie per arginare la decrescita dei livelli di sostenibilità del Ssn?
«In primo luogo bisogna affrontare il tema finanziamento: per come è finanziato il Ssn non riesce più a fornire le adeguate risposte, in quanto ha modo di pagare e incentivare gli operatori. Non si trovano più medici, che se ne vanno quanto prima sia perché non trovano posto per specializzarsi, sia per lo stipendio, che è la metà rispetto a quello tedesco, due terzi di quello inglese. Quelli che rimangono lo fanno tra enormi difficoltà. Bisogna operare delle scelte. Non si possono investire fondi in sistemi che non hanno gli stessi ritorni, economici ed etici, della Sanità.
Poi bisogna lavorare sulla governance: un nuovo rapporto fra Stato e Regioni. Non tanto per le regioni che già lavorano bene, ma che comunque avranno problemi, quanto per quelle che lavorano male, che da sole non ce la fanno per via di un deficit tecnologico, economico e finanziario ormai insostenibile.
Importante anche incrementare la prevenzione: servono strategie che portino a una minore incidenza delle malattie, e di conseguenza una minore pressione sull'erogazione di servizi e un abbassamento della spesa».

Ricerca medica e farmaceutica italiana sono ai primi posti europei: la salute potrebbe essere un ambito di investimento come Sistema Paese per l'Italia?
«Assolutamente sì, tant'è vero che il governo giapponese, che ora presiede il g20, ha inviato agli esperti di ogni paese delle schede che spiegano come l'investimento nella sanità sia tra i più remunerativi sia in termini di soddisfazione umana che di ritorno economico, con lavoro e occupazione, che sono gli indicatori migliori della positività di un investimento. Il problema dell'Italia è che la salute viene percepita solo come costo, qualcosa da tagliare, da economizzare: come un peso e non come un'opportunità».

Nell'ambito della prevenzione menzionato prima, spiccano i recenti dati sull'incidenza del morbillo, la cui possibile recrudescenze era stata annunciata anni fa. Come mai non si è riusciti a fronteggiare la situazione?
«La situazione in realtà è decisamente migliore rispetto a quella si sarebbe presentata se non avessimo fatto la campagna di vaccinazione obbligatoria. La nostra proposta della vaccinazione obbligatoria per l'accesso alle scuole è oggi ripresa da tutti: Francia, Irlanda, Germania, Olanda, perfino Gran Bretagna. Questo perché ormai i paesi sono diventati una bomba batteriologica. Il fatto che il governo nel '99 abbia autorizzato ad andare a scuola senza vaccinazione, ha portato a un gran numero di ventenni che sono sprovvisti, in certi casi, anche delle vaccinazioni contro poliomielite, difterite, tetano. Ancor più con morbillo, parotite e rosolia che al tempo non erano obbligatori. L'OMS infatti ha individuato gli antivax come una delle principali minacce alla salute pubblica di questo secolo».

Forse il rischio mortale della patologia non è più percepito?
«Esattamente, mi riferisco a questo quando parlo di prevenzione, educazione e informazione. Anche per quanto concerne il fumo, dopo la legge Sirchia la percentuale di fumatori ha ricominciato ad aumentare, perché non si ha più la percezione del rischio che fumare comporta. Alcune cose vengono poi banalizzate: si prenda l'esempio della canapa light, trattata come una commodity qualunque, quando in realtà è una sostanza che altera l'equilibrio psicofisico. Sembra però che la decisione politica segua più le percezioni della gente che non le evidenze scientifiche».

Vaccinazione in farmacia. È una strada perseguibile e utile?
«Sono un profondo sostenitore del modello di farmacia italiano, vicino al cittadino e possibile strumento di emissione di servizi. Però bisogna specificare: la vaccinazione è un atto medico, deve essere fatto sotto osservazione medica perché, un caso su un milione, può comportare uno shock anafilattico e lì il medico deve intervenire. Tutti i modelli che facilitano l'erogazione di vaccini sono benvenuti, quindi anche le farmacie, che riescono a portarle alle persone. Sono però necessarie delle cautele aggiuntive».

Un auspicio per il futuro della Sanità?
«Il mio auspicio è quello che il nostro Ssn non venga abbandonato: abbandonarlo significa precipitare le persone nella preoccupazione, comune in altri Paesi, di vivere la malattia come una disgrazia aggravata dalla necessità di pagare. Avere invece la sicurezza che nel momento del bisogno le tasse che hai pagato ti vengono restituite attraverso servizi d'altissima qualità è la battaglia di civiltà più importante che dobbiamo ancora combattere».
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