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nov62017

Spondilite anchilosante, farmaco biologico ferma progressione a lungo termine

Spondilite anchilosante, farmaco biologico ferma progressione a lungo termine
Quasi l'80% dei pazienti con spondilite anchilosante (Sa) trattati con il farmaco biologico secukinumab nello studio clinico Measure 1 non presenta progressione radiologica della colonna vertebrale a 4 anni. Questi i nuovi dati a lungo termine annunciati da Novartis che confermano anche «un miglioramento costante dei segni e dei sintomi in quasi l'80 % dei pazienti a fronte di un profilo di sicurezza del secukinumab favorevole e coerente». Measure 1 è uno studio multicentrico, randomizzato, controllato verso placebo, di fase III della durata di 2 anni volto a valutare l'efficacia e la sicurezza del secukinumab nei pazienti con SA in fase attiva. In totale 290 pazienti su 371 hanno completato lo studio, e successivamente tali pazienti sono stati invitati a entrare in un periodo di estensione di 3 anni.

Secukinumab è il primo IL-17A inibitore approvato per la SA. «Da questi dati - commenta Vas Narasimhan, Global Head, Drug Development e Chief Medical Officer di Novartis - è emerso soprattutto che i pazienti trattati con il secukinumab avrebbero ora l'opportunità di preservare la mobilità per più tempo. Si tratta di un beneficio molto importante, dal momento che la spondilite anchilosante è una condizione invalidante che può colpire anche persone di soli vent'anni che hanno davanti a sé ancora molti anni da vivere. Per la prima volta - sottolinea Narasimhan - nel campo dei farmaci biologici, il farmaco dimostra che quasi l'80 % dei pazienti non ha avuto progressione radiologica per ben 4 anni. Questi dati dimostrano il potenziale nel ridurre la sofferenza nella vita dei pazienti e conservare più a lungo la loro mobilità». «Per le numerose persone affette da spondilite anchilosante - ha affermato Carlo Salvarani, Direttore della Struttura Complessa di Reumatologia dell'Azienda USL- IRCCS di Reggio Emilia e Professore Straordinario di Reumatologia dell'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia - l'attuale standard di cura tratta solo le manifestazioni cliniche della malattia come, ad esempio, il dolore alla schiena di tipo infiammatorio, ma non è in grado di bloccare la devastante progressione della patologia stessa che determina lo sviluppo di una colonna vertebrale a canna di bambù e che limita fortemente la qualità di vita del paziente. I pazienti, quindi, necessitano di un trattamento che non sia solo sintomatico, ma che sia mirato a bloccare la progressione strutturale della patologia». I nuovi dati saranno presentati per la prima volta sotto forma di notizie dell'ultim'ora in occasione del meeting annuale di American College of Rheumatology/Association of Rheumatology Health Professionals in corso dal 3 all'8 novembre a San Diego California, Stati Uniti.
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