Sanità

mag162017

Studi settore, Falorni su dati Mef: farmacia impresa non più in grado di investire

Studi settore, Falorni su dati Mef: farmacia impresa non più in grado di investire
Le statistiche sugli studi di settore diffuse dal Mef mettono in luce che l'impresa farmacia è già oggi un'attività che ha, mediamente, poche risorse da investire. Alla luce di questo, in presenza di una spinta, come quella generata dall'ingresso del capitale nel sistema, a ricercare un miglioramento della resa finanziaria - attraverso un abbattimento dei costi su personale e innovazione - non c'è il rischio di un impoverimento dell'istituzione farmacia? È questa la riflessione lanciata da Franco Falorni, commercialista dell'omonimo studio a Pisa, all'indomani della diffusione da parte del Mef delle statistiche sugli studi di settore 2016, relativi alle dichiarazioni di professionisti e società del 2015. Secondo quanto emerge, è di 116mila euro il reddito medio delle farmacie, che si collocano al secondo posto dopo gli studi notarili (244mila euro), e prima, di alcune posizioni, rispetto a studi medici (quasi 83mila euro), odontoiatri (51mila euro) e laboratori di analisi (48mila euro) - mentre sul fronte dei ricavi sono al terzo posto con una media di poco inferiore a 1,2 milioni di euro.

«Dati» commenta Falorni «come abbiamo più volte sottolineato, che vanno letti con attenzione perché indicano l'utile lordo riferito all'azienda farmacia - che può essere impresa famigliare o società - e non al titolare. Ma sono dati che invitano a una riflessione e, al riguardo, vorrei fare una simulazione, pur senza un'analisi precisa: ipotizziamo che mediamente quell'utile possa venir diviso per due, che siano soci o famigliari. Si arriva a un valore di 58mila euro lordo, da cui occorre togliere tasse ed Enpaf. Il netto che ne risulta è di circa 32mila euro (pari a circa 2300 euro al mese, considerata una base analoga al dipendente di 14 mensilità + Tfr)». Una situazione, già di suo, «buona, ma non di più, considerato poi che all'età di 68 anni si arriva a una pensione che può essere di 500 euro al mese». Ma c'è una questione di sistema: «La premessa da fare è che l'utile deve essere in grado di remunerare il lavoro, il capitale impiegato e il rischio di impresa. Se remunera il lavoro, in questo caso, non ha spazio per remunerare il capitale investito e il rischio. Ora, con l'avvento del capitale ci sarà una nuova era, una competitività più alta, e occorrerà necessariamente migliorare la redditività. Come lo si fa? Agendo sui costi generali, su quelli del personale o sulla quota che andrebbe dedicata all'innovazione. E il ragionamento resta valido anche pensando a società di capitali, che guardano necessariamente alla resa finanziaria, in presenza però di ritorni, come mostrano i dati, bassi». È qui c'è il problema: «Se andiamo a ridurre queste componenti, personale e innovazione, che sono in realtà utili per garantire un servizio efficiente ed efficace, non c'è un impoverimento dell'opera svolta dall'istituzione farmacia come presidio di salute? Quello che voglio sottolineare quindi è che questa cifra ci dà l'indicazione che siamo di fronte a un'attività che già oggi è all'osso, che già oggi non ha più risorse da investire. E in questo quadro non c'è il rischio che il Ddl possa generare un ulteriore impoverimento? Ecco allora che conti alla mano, bisogna urlare alla politica che questi numeri sono in realtà indicatori che ci dicono che la farmacia va protetta ancora nella sua dimensione economico, finanziaria, patrimoniale. Questo, se vogliamo che la farmacia continui a offrire un servizio eccellente, come finora ha offerto».


Francesca Giani
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