FITOTERAPIA

set282018

Uncaria tomentosa: alcaloidi contro le infezioni

Uncaria tomentosa è il nome scientifico di una pianta rampicante (liana) originale della foresta peruviana, che viene comunemente chiamata “Unghia di gatto” dalle popolazioni indigene

Uncaria tomentosa: alcaloidi contro le infezioni
Il nome deriva dalle spine a forma di "unghia di gatto" o uncino che la pianta utilizza per aggrapparsi e risalire gli alberi alla ricerca della luce per potersi sviluppare.

La droga della pianta è composta dalla corteccia del fusto e dalle radici prima della fioritura: particolare cruciale in questo caso è proprio il periodo di raccolta (o tempo balsamico) poiché si altera il rapporto tra alcaloidi pentaciclici e tetraciclici contenuti nella pianta.

Infatti, se si vuole sfruttarne l'effetto immunostimolante ed immunomodulante è bene privilegiare un estratto ricco di alcaloidi pentaciclici e povero di tetraciclici: i tetraciclici sono composti a prevalente effetto ipotensivo che, però, possono antagonizzare l'effetto immunostimolante proprio degli alcaloidi pentaciclici.

Questi ultimi esercitano un interessante immunostimolazione aumentando la conta di linfociti B e T e stimolando la fagocitosi e la produzione di citochine. I pentaciclici, assieme ai derivati fitosterolici presenti nella pianta, esercitano anche azione antiinfiammatoria, inibendo il fattore trascrizionale Nf-kappaB e la produzione di mediatori pro-infiammatori come l'ossido nitrico.

La pianta, inoltre, possiede effetto antivirale riducendo l'azione della DNA polimerasi e della trascrittasi inversa virale: due delle strategie che utilizzano i virus per replicarsi all'interno della cellula infettata.

L'attività antivirale è stata confermata dall'equipe di Caon nel 2014, studiando gli effetti dell'uncaria in vitro contro l'herpes virus. Gli studiosi hanno osservato come non siano le frazioni purificate di glicosidi quinovici o di alcalodii ossindolici i protagonisti dell'azione antivirale, ma è il fitocomplesso totale della pianta il solo in grado di impedire la replicazione virale.

Nel 2013 la pianta era stata già utilizzata per combattere la febbre dengue. Questa patologia, sostenuta da Arbovirus risulta repicarsi nelle cellule epiteliali. Proprio queste cellule, infettata in laboratorio con il virus DENV-2, sono state trattate con la frazione alcaloide dell'uncaria. Si è registrato come la pianta sia in grado di ridurre la permeabilità cellulare al virus, con aumento di interleuchine che bloccano il passaggio del virus da cellula a cellula.

L'attività antimicrobica è stata studiata, invece, in vivo su pazienti con infezioni alla dentina sostenute da Enterococcus faecalis in confronto ad un gel di clorexidina con risultati confrontabili dopo 7 giorni di trattamento.

Il principale alcaloide dell'uncaria, la mitrafillina è stata testate in vivo su un modello di infiammazione, riducendo del 50% il rilascio di interleuchine proinfiammatorie con effetto simile al desametasone, con l'aggiunta che, a differenza del corticosteroide, è in grado di inibire anche IL-4.

Dagli studi promettenti su animali da laboratorio si è quindi passati ai casi clinici. Somministrando l'estratto di uncaira a pazienti affetti da artrite reumatoide in trattamento con idrossiclorochina o sulfasalazine per 24 settimane si è registrato una riduzione del 50% nel dolore e rigidità articolare rispetto al trattamento con solo molecole di sintesi.

Infine, per completare l'effetto antiinfiammatorio, si è studiato l'osteoartrite del ginocchio.

Tutti i parametri dolorifici associati ad esercizi ed alla valutazione clinica si sono ridotti dopo il trattamento con uncaria. L'effetto antiossidante ed antinfiammatorio ha interessato la riduzione di prostaglandine e TNF-alfa, con benefici che si sono osservati sin dalla prima settimana di trattamento, e con un concomitante effetto anti-edemigeno che ha condotto a una riduzione della circonferenza del ginocchio.

Viste le sue proprietà immunostimolanti non si adoperi in concomitante trattamento con farmaci immunosoppressori, né a dosi elevate, poiché i principi amari contenuti nell'estratto possono provocare nausea nel paziente.

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