Sanità

apr242012

Valore legale della laurea, per gli italiani il governo non deve abolirlo

Per tre italiani su quattro il valore legale della laurea non si deve toccare. Sono i primi risultati della consultazione “on line” avviata un mese fa dal ministero dell''Istruzione in vista di un eventuale intervento legislativo del Governo. In Consiglio dei ministri se n’era parlato a gennaio, quando qualcuno (tra i quali lo stesso Monti) aveva proposto di infilare nel pacchetto delle liberalizzazioni anche l’abolizione del valore legale della laurea. Di fatto, la cosa significherebbe un consistente ampliamento delle vie di accesso alle cosiddette professioni regolamentate. Come avviene, per esempio, nel Regno Unito e nei paesi anglosassoni, dove la validazione del percorso di studi non è competenza ministeriale ma di agenzie indipendenti, finanziate da università e stato, che però non intervengono in modo dettagliato sui contenuti dei corsi di laurea. Nel caso poi delle lauree professionalizzanti (medicina, legge, ingegneria) i percorsi sono concordati anche con le associazioni dei professionisti (l’American medical association o le Royal society britanniche) ma in ogni caso l’esercizio non impone il conseguimento di una specifica laurea: per alcune professioni è richiesto un titolo triennale (per medicina sei anni) universitario o un corso annuale di conversione, nelle altre invece gran parte della formazione (per esempio l’avvocatura, accessibile anche ai laureati in lettere) avviene all’interno della professione stessa attraverso contratti di apprendistato di due o tre anni.
Le differenze tra paesi con valore legale della laurea e senza si vedono soprattutto nei concorsi pubblici. In Gran Bretagna l’unico requisito per partecipare è un qualsiasi titolo triennale e candidati con preparazione scientifica o umanistica hanno strada aperta quanto quelli di formazione amministrativa o legale. La parte più cospicua della dirigenza pubblica, poi, viene reclutata attraverso concorsi generalisti e attitudinali, in cui alla fine pesano di più la fama dell’università di provenienza e la preparazione che l’università ha fornito. Cosa che invece non avviene da noi, dove un candidato della Bocconi e uno proveniente da un piccolo ateneo di provincia (magari con docenti di secondo piano e strutture didattiche insufficienti) ottengono gli stessi punti.
Come si diceva, i primi risultati della consultazione dicono che comunque per gli italiani il valore legale della laurea va preservato. Condividono anche alcuni esperti, per i quali invece si potrebbero raggiungere risultati più significativi riducendo i paletti posti dagli ordini per limitare gli accessi ai concorsi e allargando le strade d’ingresso: «Per esempio» scrive Umberto Marengo su lavoce.info «l’obbligo di possedere una laurea specifica per sostenere alcuni esami di Stato potrebbe essere sostituita dall’obbligo di un certo numero minimo di crediti in discipline essenziali. Una proposta simile era circolata a gennaio per l’ordine degli avvocati e dei commercialisti ed è stata bloccata dalle lobby. Se le facoltà di giurisprudenza strabordano di studenti, non è perché stanno formando specialisti per i più diversi impieghi, ma per la semplice ragione che una laurea di classe LMG/01 apre le porte a una numero smisurato di professioni e concorsi».


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