FITOTERAPIA

ott32014

Vino rosso: un fitoterapico antichissimo

Il vino rappresenta un vero e proprio estratto fitoterapico grazie all’elevato tenore di polifenoli positivi per la salute. Il tasso alcolico consente di mantenere la stabilità dei componenti in soluzione e ne promuove l’assorbimento a livello intestinale

Il vino rosso è ottenuto dalla fermentazione del succo di Vitis vinifera bacca, in presenza di bucce e semi. Le prime testimonianze storiche relative alla produzione di vino sono state rilevate in Medio Oriente in vasi datati 5.400-5.000 aC. In tempi più recenti, grazie a numerosi studi epidemiologici su larga scala, sono state messe in luce le attività benefiche e salutari del vino. Esso non è dunque solo una bevanda che accompagna i nostri pasti ed i nostri riti sociali; ma va considerato un vero e proprio estratto idroalcolico ricco di polifenoli (Pfv). Il tenore di Pfv contenuti in un bicchiere di vino rosso è in media di 100-200 mg, contro i 25-50 mg del vino bianco. Da un punto di vista fitochimico i Pfv possono essere suddivisi in 2 classi principali. La prima classe è rappresentata dai flavonoidi ovvero dai flavan-3-oli (catechine, epicatechine e procianidine), dalle antocianine e dai flavonoli (quercetina). La seconda classe è costituita dai composti non flavonoidici ovvero dagli acidi benzoici, idrossicinamici e dagli stilbeni (resveratrolo). I Pfv esibiscono attività antiossidante ed antiinfiammatoria sia attraverso una azione di scavanger contro i radicali liberi sia indirettamente interferendo con specifici geni coinvolti nei processi infiammatori. Queste proprietà si traducono in una azione protettiva verso alcuni organi interni, apparato cardiovascolare e colon in primis. Inoltre grazie alla capacità di modulare l'attività di enzimi, di bloccare alcuni recettori ormonali e di abbassare l'attività di mutageni, i Pfv sono anche dei promettenti anticarcinogeni. Non per ultimo essi proteggono la parete vascolare, riducono l'aggregazione piastrinica e abbassano il colesterolo Ldl. Una questione dibattuta a livello scientifico è quanto può influire negativamente l'alcool in questo quadro virtuoso. In effetti alte concentrazioni di etanolo inducono ossidazione e reazioni infiammatorie. Questi eventi possono contribuire a disturbi della motilità intestinale, oltre a causare gravi lesioni della mucosa e epatopatie, nonché innescare lo sviluppo del cancro al colon-retto. Tuttavia, anche per l'alcool del vino esiste un rapporto rischio/beneficio. Esso agisce da agente solubilizzante e da promotore per l'assorbimento dei Pfv che si trovano per natura in una forma scarsamente biodisponibile (glicosidica). L'alcool consente loro di attraversare velocemente la membrana enterica preservandoli dall'estesa metabolizzazione operata dalla microflora intestinale. Sembrerebbe dunque che un uso moderato di vino rosso (2 bicchieri al giorno) rappresenti il modo migliore per assimilare i Pfv dell'uva ed assicurarci i loro benefici.

Angelo Siviero
farmacista specializzato in galenica e fitoterapia
info@fitovallee.com



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