farmaci

ott102013

Wheezing in età prescolare, beclometasone poco attivo

inalatore farmaco

Prescritto ogni anno a 2 milioni di bambini e adolescenti italiani per prevenire il wheezing in corso di infezioni virali delle vie aeree superiori, il beclometasone dimostra di possedere un’efficacia modesta nella riduzione dei sintomi. Lo rivela lo studio Enbe (Efficacia del beclometasone versus placebo nella profilassi del wheezing virale in età prescolare) finanziato dall’Aifa e coordinato dal Laboratorio per la Salute materno infantile dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, in collaborazione con l’Associazione culturale pediatri (Acp). I risultati della ricerca – che ha coinvolto 40 pediatri di famiglia di 9 Asl e 525 bambini con i relativi genitori, saranno presentati domani, venerdì 11 ottobre, all’Urban Center di Monza (Binario 7), durante il XXV Congresso nazionale Acp. Rispetto al placebo, il farmaco attivo ha ridotto l’incidenza del wheezing del 4%: una differenza non significativa sotto il profilo statistico né clinico. In effetti, sottolinea Antonio Clavenna, ricercatore del “Mario Negri” e coordinatore dello studio, «nonostante il beclometasone sia un farmaco antiasmatico, in Italia si caratterizza per essere prescritto principalmente per curare raffreddore, tosse e mal di gola». Non a caso «nello studio Enbe non sono state osservate differenze nei tempi di scomparsa dei sintomi di infezione e anche i genitori, che non erano a conoscenza del tipo di terapia ricevuta dal figlio, hanno giudicato come efficace sia il trattamento con il farmaco che con il placebo». Questa sperimentazione, afferma Maurizio Bonati, responsabile del Laboratorio per la Salute Materno Infantile, «rappresenta la prima sperimentazione clinica formale (randomizzata e in doppio cieco) indipendente condotta nelle cure primarie pediatriche in Italia e in Europa, e dimostra come sia possibile fare ricerca in modo rigoroso e appropriato anche nei contesti di cura pediatrica extraospedalieri». Inoltre, aggiunge il direttore del “Mario Negri”, Silvio Garattini, «documenta ancora una volta il divario tra la frequente prescrizione di un farmaco e la scarsità di evidenze a supporto della sua efficacia».


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