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23 Febbraio 2024

Professione farmacista: cambia anche in ambito clinico. Dall’oncologia alla farmacia dei servizi, ecco le nuove competenze

Il farmacista ha cambiato profilo anche in ospedale dove passa dalla gestione di medicinali e dispositivi medici, all’intervento sull’appropriatezza, alla maneggevolezza delle terapie farmacologiche e interventistiche, alle interazioni, all’aderenza e alle prescrizioni

di Mauro Miserendino


Professione farmacista: cambia anche in ambito clinico. Dall’oncologia alla farmacia dei servizi, ecco le nuove competenze

Sul territorio come in ospedale il farmacista cambia pelle. E passa dalla gestione della supply-chain di medicinali e dispositivi medici, all’intervento sull’appropriatezza e la maneggevolezza delle terapie farmacologiche e interventistiche, sulle interazioni, sull’aderenza alle prescrizioni.
Di più: gli si chiede anche di ascoltare i pazienti riportandone le istanze, e di contribuire ad interventi eventuali nella terapia. Il farmacista clinico è figura non ancora codificata in Italia, a differenza che in USA, Inghilterra, Germania, Spagna, Portogallo, paesi in cui è presente in forma istituzionalizzata    nei reparti di ospedali ed Istituti scientifici, nelle equipe cliniche, nei gruppi di patologia, nei laboratori di Galenica clinica, nelle Transition Of Care (TOC). In generale è chiamato ad occuparsi di Clinical Pharmacy e Pharmaceutical Care, discipline previste anche in Italia nel nuovo curriculum didattico del MUR da ottobre 2022, oltre che “tassative” nei paper prodotti dalle principali Società Scientifiche europee (EAHP, ESCP), ma non ancora inserite in modo strutturato nei corsi di laurea né praticate sistematicamente nei nostri Ospedali. Per completare la formazione, da noi ci sono i master. Uno dei più attuali, quest’anno, è organizzato dagli atenei di Pavia e Torino in collaborazione con l’AO Ordine Mauriziano di Torino, a cura della professoressa Clara Cena - Professore Associato e Vice - Direttore alla Didattica del Dipartimento di Scienza e Tecnologia del Farmaco dell’Università degli Studi di Torino. Annalisa Gasco, direttrice della struttura complessa di Farmacia Ospedaliera del Mauriziano nonché docente alla Scuola di Specializzazione in Farmacia all’Università di Torino, e Giovanni Ricevuti, già professore ordinario di Medicina interna e oggi docente del Corso di Farmacia all’Università di Pavia, sono docenti e membri del comitato scientifico. Abbiamo chiesto loro uno sguardo sulle prospettive dei giovani laureati che vogliano lavorare come farmacisti clinici in Italia. 

Diventare farmacista clinico: iter di studi

«In Italia, per i giovani laureati, specializzandi o specialisti l’unica possibilità è data dall’esperienza sul campo svolta all’estero, o nei pochi centri che hanno provato ad introdurne la figura “customizzandola” in base al contesto», spiega Gasco. «Le competenze di clinical pharmacy implicano conoscenze approfondite di patologia clinica, farmacoterapia, tossicologia clinica e biochimica clinica. Grazie ad esse, in team con i clinici, il farmacista è chiamato a disegnare linee guida e protocolli di cura. Si richiedono anche il possesso di un linguaggio specifico che consenta di interagire con i clinici, la conoscenza della letteratura e la capacità di leggerla criticamente, la capacità di leggere ed interpretare referti di laboratorio e di imaging, doti comunicative e di teamworking. Poi ci sono le competenze di pharmaceutical care, che richiedono di sapersi relazionare con il paziente, e capacità di counselling, di ascolto e di empatia. Il farmacista qui affronta i problemi farmaco-correlati segnalati dal malato, e pone in atto un processo di miglioramento continuo della qualità delle cure. Il lavoro ideale è a contatto con il medico del reparto, chiamato a mettere a punto la terapia, e a consultarsi con il farmacista alla ricerca della soluzione più efficace, sostenibile e vicina alle esigenze del malato». 

Nelle strutture oncologiche
. In oncologia, il farmacista clinico è membro attivo dell’equipe di cura, collabora al rilevamento dei Patient Reported Outcomes che offrono un quadro della malattia vista da chi ne soffre e sono considerati ormai un gold standard nella valutazione dei sintomi soggettivi e per la prescrizione di terapie. «A Torino il farmacista lavora con l’oncologo l’infermiere e lo psicologo in un ambulatorio condiviso che favorisce l’integrazione delle esperienze di ciascuno in relazione al caso clinico. Contribuisce a mettere a punto la cura e a riconciliarla con gli schemi terapeutici precedenti, seguendo i bisogni del paziente dimesso sul territorio, anche grazie a nuovi strumenti come la telemedicina così da contenere effetti avversi e da monitorare l’aderenza alle cure. Infine, in costante rapporto con la farmacia centrale, facilita la dispensazione delle terapie».

Nell’emergenza 
 - «In Pronto Soccorso, il farmacista – spiega Ricevuti – ha un ruolo nel garantire la standardizzazione dei percorsi terapeutici e interventistici con dispositivi medici, nel disegnare linee guida di appropriatezza prescrittiva di emoderivati, antimicrobici ed altri salvavita, nel definire i carrelli delle urgenze sia per i pazienti adulti che pediatrici, nell’identificare le reazioni avverse, nella ricognizione e riconciliazione terapeutica, nel follow-up a casa dei pazienti dimessi anche con la telemedicina. Esempi avanzati ci vengono dagli USA, dove gli anziani ricoverati in Ps sono tanti – il numero cresce con l’invecchiamento della popolazione – e sempre più spesso poli-patologici. A trovare una quadra nei trattamenti è chiamato sempre più spesso il farmacista. Jenny Koehl, Emergency Pharmacist del Dipartimento di Emergenza di Harvard Massachusetts Hospital, sottolinea come il farmacista nell’analisi dello stato del paziente dell’emergenza parta non dai sintomi ma dalle terapie assunte. Non è un punto di vista “qualsiasi”: ha sotto controllo nozioni di clinica che il medico può aver perso per strada. È prassi nei Ps italiani trattare con tranquillanti non specifici i pazienti anziani giunti in Ps disorientati; ad esempio il farmacista sa che le benzodiazepine, anziché curare forme di delirium transitorie, creano un problema al paziente». 

Nella Farmacia dei Servizi – Sul territorio, il farmacista è chiamato dagli indirizzi del Ministero della Salute a trasformarsi da dispensatore in clinico ed “alleato” del paziente nell’ambito della riforma dell’assistenza territoriale (DM 77/2023). «La nuova farmacia dei servizi non può prescindere dall’offrire diagnostica – esami di laboratorio, ecg, misurazione – e dietro la sua offerta c’è un ragionamento clinico che da sempre fa parte del bagaglio del farmacista, e ne caratterizza anche l’atto di distribuire farmaci da banco o il suo ruolo nel “de-prescrivere”», dice Ricevuti.

Per tornare agli ospedali, in Italia hanno sempre più bisogno di farmacisti a fianco dei clinici. Oggi, anche senza disporre di un profilo normato, scelgono figure in linea con le loro esigenze e le inquadrano con contratti di dirigenti, come i medici. «Come Direttore della Farmacia Ospedaliera – spiega Gasco – io seleziono i farmacisti clinici tra i giovani specializzandi e li indirizzo nei contesti assistenziali specifici dove si formano per quattro anni. Nei concorsi, il possesso di competenze di Clinical Pharmacy e Pharmaceutical Care non è tra i requisiti obbligatori; ma nei bandi del nostro Ospedale lo chiediamo tra i requisiti preferenziali documentati; e i colloqui di selezione vertono su casi clinici. Il Master è una chance per portare all’attenzione delle istituzioni, sotto l’egida dell’Università, il lavoro di didattica svolto nei reparti degli ospedali e il riconoscimento della figura del Farmacista Clinico, così che si possa inquadrare, non solo sotto l’aspetto qualitativo – ruolo e funzioni – ma anche dal punto di vista quantitativo (quanti farmacisti clinici sono necessari all’interno di un organico?) e contrattuale».

TAG: FARMACIA, FARMACISTA, FARMACISTA CLINICO, LAVORO

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