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Politica e Sanità

27 Novembre 2015

Parlamento a Governo: dal 2017 non si tolgano altri soldi alle regioni per la sanità


«L'attuazione dei commi da 388 a 392, concernenti la misura del contributo alla finanza pubblica di regioni e province autonome per gli anni 2017-2019, non può comportare un'ulteriore riduzione del finanziamento corrente del Sistema sanitario nazionale». Con questa frase in apparenza di difficile interpretazione la Commissione Affari Sociali dà il suo sì "con osservazioni" alla bozza di legge di Stabilità in marcia alla Camera. Ai deputati che si occupano di sanità il testo non piace molto. Osservano in pratica che per questa volta 111 milioni per finanziare la sanità pubblica nel 2016 possono andare, ma dall'anno prossimo il parlamento non ammetterà che le regioni per venire incontro alle esigenze di stabilità del governo debbano intaccare il fondo sanitario nazionale.
I deputati hanno in mente tre importanti elementi: primo, per esigenze di stabilità il governo ha chiesto alle regioni di risparmiare 1 miliardo per il 2016 e il Fondo sanitario nazionale è aumentato di un solo miliardo di euro rispetto ai 2 richiesti dai governatori; secondo, nel 2017 il sacrificio quadruplicherà e il governo chiederà alle regioni 3,9 miliardi che diventeranno 5,4 per il 2018 e 2019; terzo, dei 111 miliardi stanziati, il vero e proprio Fondo sanitario da ripartire tra regioni ne prevede 107 e rotti, nei giorni scorsi il presidente dei governatori Sergio Chiamparino ha inviato la proposta di suddivisione al ministero della Salute. E si scopre che regioni come Campania e Puglia già falcidiate da tagli di servizi essenziali dovranno fare i sacrifici maggiori, di pochi milioni ma non pochissimi: 50 la Campania, 35 la Puglia. Non c'è da investire, da ripartire.
La Commissione ha anche fatto riferimento alla direttiva sugli orari di lavoro entrata in vigore mercoledì. Si chiede al Governo di valutare l'opportunità di intraprendere iniziative «volte a dare una risposta alla drammatica situazione in cui versano molte aziende sanitarie e ospedaliere, che si trovano nell'impossibilità di erogare le prestazioni assistenziali con il personale in servizio, dovendo al tempo stesso garantire l'osservanza della normativa in materia di turni».
Mauro Miserendino

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