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Politica e Sanità

06 Febbraio 2016

Storie di farmacisti. Amerigo, la farmacia una seconda casa


Storie di farmacisti, storie straordinarie della loro quotidianità ordinaria per esprimere il loro ruolo sociale ed etico della professione. Storie come quella di Amerigo, primo cliente di un giovane farmacista all'inizio della sua carriera professionale. Questo è quanto racconta Gianluca Filpo della farmacia Caterini Filpo. Una delle tante storie che i lettori hanno inviato a Farmacista33 nell'ambito del contest Farmacia Etica Marco Belli e Marco Masini che sarà ospitato da FarmacistaPiù.


Amerigo è stato il mio primo cliente. Amerigo amava portare cardigan di colore sobrio, i capelli tirati all'indietro con la brillantina tassativamente Linetti e le scarpe sempre lucide. I suoi occhi, colore del ghiaccio, inizialmente incutevano una certa soggezione. Il suo viso era solcato da rughe che raccontavano di chi ha visto la guerra e tutte le privazioni che essa comporta. Raccontavano però anche di anni di duro lavoro da muratore, di chi saliva su improbabili impalcature. E proprio da una di queste tanti anni fa, volò giù mentre ristrutturava la chiesa del Santo patrono della Città. Lui, comunista e ateo convinto, sosteneva che aveva sentito le mani del Santo che lo accompagnavano lungo la caduta, salvandogli la vita. Fu proprio con questo racconto che iniziarono le nostre lunghe chiacchierate nei miei turni serali: soprattutto d'inverno, quando le strade erano vuote per la pioggia e il freddo tagliente. Amerigo si sedeva sempre allo stesso posto, su una panchetta alla destra del banco e lì snocciolava i suoi racconti, i timori per il futuro dei suoi figli e dei suoi nipoti. Ed io, dal basso dei miei venticinque anni lo ascoltavo, cercavo di apprendere quanto più potevo da quell'uomo dallo sguardo di ghiaccio, ma dal cuore grande così. Una sera, avendo acquistato una macchina fotografica, gli feci una foto proprio su quella panchetta: con insistenza mi chiedeva di averne una copia... dopo anni capii perché. Attraverso la vetrina della farmacia osservavamo le stagioni che scivolavano via: gli alberi si spogliavano e si ricoprivano di foglie, i bambini che un tempo entravano accompagnati per mano dalle mamme, ritornavano anni dopo abbracciati alle prime fidanzatine ed io, da giovinetto scapestrato, ero diventato prima marito e poi papà. Dopo tutti questi anni, però, da un giorno all'altro Amerigo iniziò a parlare sempre meno e a disertare qualcuno dei nostri appuntamenti serali. Un giorno chiesi alla moglie di questo comportamento inusuale per una persona abitudinaria come lui: Amerigo non stava tanto bene; doveva iniziare a fare un lungo trattamento debilitante e fare tre punture a settimana. Decisi allora che i nostri appuntamenti avrebbero semplicemente cambiato sede. E così la sera, dopo aver chiuso la farmacia, anziché tornare subito a casa da moglie e figlio, andavo da Amerigo. «Prima il dovere e poi il piacere», rispondevo, quando mi invitava a mangiare i dolcetti preparati dalla moglie e ad assaggiare il rosolio, che sottolineava orgogliosamente di aver fatto con le proprie mani. La puntura gli provocava dolore, ma lui sorrideva e ogni volta commentava: «Non ho sentito niente». Ma i suoi occhi, le sue rughe e quelle braccia livide raccontavano altro: raccontavano di una persona che, dopo tanti anni, affrontava ancora dolore; magari un dolore diverso da quello provocato da uno stomaco vuoto o da mani algide immerse nell'acqua fredda nelle giornate di duro lavoro. E così continuavamo a guardare le stagioni che scivolavano via, ma questa volta dalla finestra del suo salottino, sobrio, pulito, proprio come lui. Continuammo a raccontare le nostre vite: questa volta i timori per il futuro dei figli erano i miei. Lui semplicemente ascoltava. Poi una sera, dopo l'ennesima e dolorosa puntura, mi offrì il solito rosolio, facendomi la solita domanda: «Allora... è buono?» e dopo la mia solita risposta: «Ameri'... è ottimo», mi guardò con un sorriso diverso, più amaro, e mi disse: «Dopo tanti anni me lo puoi dire... onestamente... è buono il rosolio?». Ed io, convinto che quello fosse un modo per congedarsi definitivamente da me, gli risposi: «Ameri' era meglio se in questi anni avessi preparato un limoncello!». E infatti quel giorno arrivò: era una serata fredda e piovosa, come le tante passate insieme. Amerigo se ne andò con la sobrietà che lo ha sempre contraddistinto. Ogni domenica vado a portargli un bicchiere di rosolio, mi siedo e parlo con lui, guardandolo attraverso quella foto che gli feci anni prima e che lui lasciò scritto di volere sulla sua ultima dimora terrena.

Gianluca Filpo
Farmacia Caterini Filpo

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