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Politica e Sanità

13 Aprile 2018

Intolleranze, allergie e ipersensibilità alimentari: il ruolo del farmacista tra test e consiglio


Se la vicenda del Decalogo sulle intolleranze alimentari - predisposto dalla Fnomceo (Federazione nazionale ordini medici chirurghi e odontoiatri) insieme ad alcune associazioni mediche -, che, nel dare al cittadino indicazioni su come affrontare in modo corretto allergie e intolleranze, aveva equiparato farmacie a palestre ed erboristerie, è stata risolta a seguito dell'intervento di Fofi, con la promessa di una revisione dello stesso, ha però portato alla ribalta il tema di quale possa essere un ruolo appropriato del farmacista, figura riconosciuta di educazione sanitaria, di fronte a problematiche che riguardano l'alimentazione. A rispondere Rachele Aspesi, farmacista e dietista, specializzata in educazione alimentare, e vicepresidente dell'Ordine dei farmacisti di Varese, che per Farmacista33 cura il Blog "Nutrire la salute". «La vicenda del Decalogo, che si è risolta da un punto di vista politico, credo abbia messo in luce un punto da cui partire per avviare una serie di riflessioni che riguardano il ruolo del farmacista e il valore sul fronte del consiglio alimentare. E, a questo proposito, un po' di autocritica credo che dobbiamo farla. In primo luogo, ritengo sia opportuno sottolineare che i test che è appropriato passino dalla farmacia sono quelli validati e certificati da un punto di vista scientifico: e, in generale, lo sono quelli che analizzano il sangue, mentre capello, iride, e quant'altro no. Questo è un punto importante che serve a costruire l'immagine di professionalità della farmacia. Non significa entrare nel dibattito della validità di alcuni approcci, ma semplicemente prendere atto che in farmacia è più appropriato che passi quanto è scientificamente certificato».

Nello specifico, «va detto che in tema di allergie e intolleranze, i metodi diagnostici più comunemente usati sono i classici test cutanei (skin prick test) e la ricerca di anticorpi specifici nel sangue tramite prove immunochimiche. Test che in farmacia non si possono trovare». Ma «questo non significa che il farmacista non debba avere un ruolo sul tema, anzi. Innanzitutto, va chiarito che il farmacista è una figura riconosciuta di educazione sanitaria e questo, da ultimo, lo ha detto anche una sentenza della Cassazione». Un primo punto su cui è importante l'opera del farmacista «riguarda proprio una chiarezza terminologica: quando è appropriato parlare di allergie e intolleranze, manifestazioni che hanno caratteristiche mediche ben precise? Quando si può parlare di ipersensibilità o infiammazione corporea da cibo e da stile di vita alimentare? Ecco che su questo occorre fare informazione al paziente. E, per altro, sul tema esistono in circolazione anche validati test attraverso cui possiamo valutare quanto alcuni cibi abbiano intossicato il nostro organismo e con quali mezzi possiamo aiutare il corpo a ridurre questo disturbo». Detto questo, «come step successivo, la bussola da seguire è quella di agire secondo quella che è la nostra competenza. Laddove c'è una situazione da analizzare», la necessità di una diagnosi, «questo è competenza del medico e il nostro consiglio è di orientare il cittadino nel corretto e più appropriato percorso. Poi va ribadito che il farmacista non può fare diete». E quando il paziente necessiti di un supporto sull'alimentazione, quale è il discrimine tra dieta e consiglio? «Occorre avere ben chiaro la differenza tra formulazione della dieta o comunque tutto quel consiglio che va a dare indicazioni sugli alimenti, pasto per pasto, da quella che è, invece, l'educazione alimentare, quel supporto teso a sensibilizzare il paziente su principi di sana alimentazione. Questi possono riguardare gli stili di vita alimentari e interessare per esempio le modalità di assunzione dei pasti - il primo consiglio è quello di evitare di mangiare di fretta, davanti al computer - o anche i principi guida nell'alimentazione e nella scelta dei cibi. Tra questi, per esempio, ci può essere il richiamo a principi di genuinità e varietà. In generale, infatti, è consigliabile scegliere alimenti il meno lavorati e raffinati possibile, evitare il già pronto, e, al più, tra questi, prediligere quelli che hanno meno ingredienti, che sono più semplici. Poi ricordarsi di variare gli alimenti anche all'interno della stessa tipologia, per esempio tra diversi tipi di verdure o fonti diverse di latte». Così, «di fronte a un paziente che segnala problematiche relative all'alimentazione, qualora la situazione non richieda l'intervento del medico, il primo approccio è quello di cercare di sottolineare un corretto stile di vita e regime alimentare». Non a caso, una preoccupazione espressa dai medici, che emerge anche dal Decalogo sulle intolleranze, è che il paziente ricorra al fai da te o che un professionista non idoneo suggerisca di eliminare dalla dieta alcuni alimenti: «Concordo. In farmacia non di rado veniamo in contatto con pazienti che a causa del Fai da te presentano carenze, per esempio, di vitamine B12 o di ferro. Il problema è che tali carenze sono all'origine di disturbi significativi e di difficile gestione, perché, poi, per recuperare la normalità serve parecchio tempo. Chiunque faccia una dieta o elimini un cibo dalla propria alimentazione, va seguito da uno specialista, che è in grado di gestire il cambiamento nell'apporto di nutrienti. Per questo, lo ribadisco, il ruolo del farmacista è fondamentale, ma ciascuno secondo le proprie competenze. Questo, a mio parere, è un approccio che ripaga, anche in termini di maggiore fiducia del paziente e dei medici che hanno in carico l'assistito».

Francesca Giani

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