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Politica e Sanità

07 Giugno 2018

Celiachia, 6 milioni di consumatori gluten free: spesi 105 milioni di euro. Ma i pazienti sono 200mila


A fronte di 200mila pazienti con diagnosi di celiachia, in Italia ci sono 6 milioni di persone che consumano alimenti senza glutine per una spesa in prodotti speciali di 105 milioni di euro e con un rischio carenze a cui espone una dieta priva di glutine che è più povera in fibre, acido folico, calcio e altri minerali e più ricca in grassi saturi, sodio e calorie. Queste le evidenze emerse nel corso del 3° Congresso Nazionale di Sinuc - Società Italiana di Nutrizione Clinica e Metabolismo a Torino dal 6 all'8 giugno. I dati epidemiologici riportano che in Italia le diagnosi certificate sono quasi 200mila ma il dato, secondo il ministero della Salute, sarebbe ampiamente sottostimato e si sospetta che la malattia non sia stata ancora diagnosticata in quasi 500mila persone. Eppure, un numero assai maggiore di italiani consumano alimenti privi di glutine, anche sommando i soggetti allergici, affetti da celiachia o dermatite erpetiforme e da sensibilità non celiaca al glutine. Secondo gli esperti si tratta quindi di un "fenomeno diffuso con conseguenze sul piano clinico e sociale" ma chiariscono che nei soggetti celiaci il glutine scatena una vera e propria reazione infiammatoria, con conseguenze nutrizionali e rischi per la salute a lungo termine e associazione con altre patologie.

A questo esercito di pazienti si aggiungono quelli che lamentano una sensibilità non celiaca al glutine, circa il 6% della popolazione con sindromi gastrointestinali come gonfiore, dolore addominale, diarrea e cefalea, ma senza veri danni ai tessuti intestinali per i quali può essere adatta una dieta che escluda la proteina incriminata. Secondo il gastroenterologo Mauro Bruno dell'AO Città della Salute e della Scienza di Torino «questa discrepanza è data dalla percezione, errata, che la dieta priva di glutine possa essere più sana, indurre perdita di peso o permettere migliori performances sportive. In realtà nulla di tutto questo è mai stato dimostrato in letteratura, ed anzi vi sono solidi elementi per affermare che la dieta priva di glutine è più povera in fibre, acido folico, calcio ed altri minerali e più ricca in grassi saturi, sodio e calorie. Inoltre espone ad un inutile esborso economico: l'Associazione Italiana Celiachia (AIC) ha infatti stimato che ogni anno, in Italia, vengono spesi 105 milioni di euro in prodotti privi di glutine senza che ve ne sia una reale necessità clinica».

«Per qualche motivo è passata l'idea che il glutine faccia ingrassare e che eliminandolo dalla tavola, si faccia retrocedere l'ago della bilancia - spiega Maurizio Muscaritoli, Presidente della Sinuc - Concetto che nasconde un tranello, poco noto a coloro non avvezzi a leggere con la dovuta attenzione le etichette dei prodotti: i dolci gluten-free sono spesso più ricchi in calorie, zuccheri, sodio e grassi per compensare la mancanza della proteina e migliorarne sapore e consistenza». Anche sulla patologia persistono convinzioni ormai superate: «Non è vero che si tratta di una condizione che tipicamente riguarda bambini e giovani adulti o che si accompagni ad un maggiore rischio di tumori. Errato anche credere che siano ammesse saltuarie trasgressioni alla dieta» precisa Bruno. «Il trattamento della patologia - conclude Muscaritoli - si basa su un regime dietetico che escluda in maniera assoluta e a vita il glutine, quindi grano certamente, ma anche frumento, segale, orzo, farro e kamut mentre sono permessi riso e mais e i prodotti certificati per assenza di glutine ormai ampiamente disponibili in commercio e a carico del Ssn. La novità è che la celiachia si manifesta sempre più in maniera camaleontica con sintomi atipici come l'anemia e la perdita di massa ossea, spia di un malassorbimento di nutrienti. Mentre in altri casi i sintomi sono dermatiti e alopecia ossia perdita di capelli che solo dopo un lungo iter vengono ricondotti alla intolleranza al glutine». (SZ)

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