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Farmaci e dintorni

22 Gennaio 2016

Malattie intestinali infiammatorie, nuove terapie bloccate da stime costi inadeguate


«La gestione clinica delle malattie infiammatorie croniche intestinali (Ibd) - malattia di Crohn e colite ulcerosa - è complessa, sia per le difficoltà diagnostiche sia per le scelte terapeutiche, ed è necessario un approccio multidisciplinare. Lo ha sottolineato a Milano Paolo Gionchetti, docente di Gastroenterologia all'Università di Bologna, in un incontro in cui ampio risalto è stato dato ai costi e ai benefici delle terapie disponibili. «L'armamentario terapeutico attuale comprende come alternative i 5-aminosalicilati, gli steroidi, gli immunosoppressori e i biologici, ognuna con pro e contro» ricorda Alessandro Armuzzi, dell'Uo di Medicina interna e Gastroenterologia del Complesso integrato Columbus di Roma. Riguardo ai primi, l'aspetto favorevole è «l'efficacia nelle forme lievi-moderate di colite ulcerosa (50-75% dei casi)» ma va sottolineato che «il costo è solo apparentemente basso» anche «considerando che la mesalazina è il farmaco più diffusamente utilizzato». Passando agli steroidi, va sottolineato che «nel campo della colite ulcerosa il ricorso ai cortisonici ha cambiato la storia di malattia dagli anni '50 (mortalità >25%) ai giorni nostri «oltre a essere efficaci nelle forme moderato-gravi di Crohn nei 2/3 dei casi. D'altra parte, prosegue Armuzzi, gli steroidi hanno alcuni punti a loro sfavore: tossicità multisistemica, rischio di perdita di efficacia in acuto o all'anno dal primo trattamento, steroidodipendenza, sviluppo di refrattarietà. Tra gli immunosoppressori l'azatioprina, usata in circa il 30% dei pazienti, ha il difetto di necessitare di 3-6 mesi di tempo per entrare a regime.

«La terapia con farmaci biotecnologici include gli anti-Tnf-alfa (infliximab, adalimumab, golimumab) introdotti nel 1999, e gli anti-integrine selettivi (vedolizumab) introdotti nel mercato europeo dal 2016 e che arriveranno in Italia solo nell'arco del 2016» ricorda Armuzzi. «Gli anti-integrine riconoscono un diverso bersaglio e un diverso meccanismo d'azione: Il blocco dell'accesso dei linfociti alle sedi dell'infiammazione è meno immunosoppressivo rispetto al blocco del Tnf alfa». Per quanto riguarda il calcolo dei costi complessivi, si fa notare, questo deve includere i costi legati all'acquisto e all'erogazione dei farmaci (nettamente più elevati), ma anche i 'risparmi' legati al minor consumo di risorse sanitarie e il miglioramento della qualità di vita.

«I costi diretti, studiati in vari continenti e nazioni, sono variabili, ma abbastanza facilmente ricavabili» aggiunge Armuzzi. «Per esempio, è stato più volte documentato che le ospedalizzazioni e gli interventi chirurgici sono gli elementi-chiave dei costi diretti della malattia di Crohn». Con l'avvento delle terapie biotecnologiche, le valutazioni di costo diretto della gestione delle Ibd hanno documentato spesso un incremento di tali costi, spesso non considerando i potenziali effetti a lungo termine di questi farmaci, in relazione alla loro potenzialità di modificare il decorso di malattia, in termini di ridotta necessità di ospedalizzazione e interventi chirurgici. Senza contare l'influsso sui costi indiretti (quali assenza dal lavoro, abbandono degli studi, invalidità, presentismo, ridotto guadagno, effetti intangibili sulla qualità di vita) la cui quantificazione affidabile è difficile. «Quello che sembra emergere a oggi è che i costi indiretti di malattia di Crohn e colite ulcerosa ammontano a oltre il 50% dei costi totali di gestione di tali patologie. Interventi atti, dunque, al miglioramento della qualità di vita del paziente con malattia di Crohn o colite ulcerosa, avranno necessariamente ripercussioni positive anche sulla riduzione del costo di gestione delle Ibd» conclude Armuzzi.

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