Farmaci e dintorni
24 Maggio 2017L'emicrania è un problema per cinque milioni di italiani. Per 800.000 persone il disturbo si manifesta in maniera cronica con un'incidenza che nelle donne è circa doppia rispetto a quando si rileva nel sesso maschile. Spesso i sintomi vengono travisati e trascurati e molte volte i casi non vengono diagnosticati da nessun medico con i pazienti che si affidano all'automedicazione. Uno scenario in cui non è raro che le persone arrivino all'abuso di farmaci antidolorifici. Questo comportamento, secondo Francesco Pierelli, docente presso l'Università "La Sapienza" di Roma e presidente della Sisc (Società italiana per lo studio delle cefalee) rischia non solo di creare fenomeni di tossicità da farmaci ma può paradossalmente generare episodi di emicrania che altrimenti non si sarebbero verificati. La situazione attuale va migliorata, anche attraverso terapie diverse dai farmaci di automedicazione. «L'emicrania» ha spiegato Pierelli a Roma durante un incontro con la stampa promosso da Allergan sul tema "Gestione dell'emicrania cronica: trattare prima per ridurre il peso della malattia" «è malattia invalidante che impedisce le normali attività quotidiane, anche lavorative, e che presenta costi sociali ed economici enormi. Per questo deve essere diagnosticata con rapidità e precisione per avviare il paziente a un percorso di controllo delle crisi che, quando compaiono più di 3-4 volte non possono più essere trattate con farmaci sintomatici ma hanno bisogno di un approccio preventivo».
All'incontro con la stampa ha partecipato anche Paolo Martelletti docente di Medicina Interna all'Università "La Sapienza" di Roma. «In occasione delle crisi di emicrania» ha spiegato «Il paziente può andare incontro a sofferenze che possono durare anche 15 ore, divise tra emicrania pura e tensiva. È "normale" che le persone cerchino sollievo per mezzo dei farmaci. È facilmente intuibile come però il rischio di scivolare nell'abuso sia dietro l'angolo. In Europa soprattutto utilizzando triptani e Fans. Negli Stati Uniti anche assumendo oppioidi». Il fenomeno va evitato e oggi è possibile farlo, grazie anche alla diffusione di terapie basate sulla somministrazione per via iniettiva di tossina botulinica.
A parlarne, sempre durante l'incontro romano, è stata Cristina Tassorelli, docente di Neurologia dell'Università degli Studi di Pavia. «Nel nostro reparto» ha raccontato «molto spesso arrivano pazienti che sono andati incontro al fallimento delle terapie sintomatiche. Si tratta di persone che vanno recuperate con un'assistenza specializzata e personalizzata dal momento che possono presentare anche vere e proprie crisi di astinenza da farmaci, oltre le crisi di emicrania. Una volta avviato il protocollo di somministrazione della tossina, i risultati sono molto buoni. La tossina botulinica di tipo A (Onabotulinumtoxin A) è stata introdotta nella pratica clinica ormai da qualche anno. Gli effetti collaterali, salvo una leggera irritazione nella sede di iniezione, sono praticamente assenti. La terapia va effettuata circa ogni 12 settimane con iniezioni sulla fronte, sulle tempie e a livello dei muscoli posteriori del collo. In Italia esistono 96 centri in grado di gestire la somministrazione con una distribuzione piuttosto omogenea sul territorio nazionale».
Gianluca Casponi
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