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Politica e Sanità

15 Novembre 2011

Informatori del farmaco in crisi


In tutta Italia sono 32 mila gli informatori scientifici del farmaco, di cui almeno 2 mila operative tra Milano e provincia. Ma un terzo, 10 mila operatori spalmati lungo la Penisola di cui circa 700 solo nel  territorio milanese, si ritrova ora in esubero. "Alle spalle un  impiego a tempo indeterminato, e davanti a s� un destino da lavoratori precari. Ceduti spesso a società contenitore, aziende di servizi che non hanno alcun prodotto proprio e non danno quindi alcuna garanzia  per il futuro". A lanciare l''allarme informatori scientifici è  l''assessorato al Lavoro, contrasto crisi industriali e occupazionali della Provincia di Milano, che da Palazzo Isimbardi invia un messaggio di solidarietà ai sindacati di categoria, impegnandosi a "chiamare Governo e Regione Lombardia a un atto di responsabilità" verso il Ssn  e i pazienti. "Da circa 5 anni - spiega l''assessore Bruno Casati - sono  spuntate come funghi le cosiddette ''cessioni di ramo d''azienda'', anche nel settore farmaceutico e soprattutto nell''ambito dell''informazione  scientifica, dove non possono esistere rami o linee autosufficienti in grado di avere da sole ricerca, sviluppo, produzione e  commercializzazione". Cessioni che per i lavoratori hanno l''effetto di "una corda sempre più stretta intorno al collo - fa eco Carmelo  Carnovale, segretario generale del Sindacato lavoratori industria farmaceutica SLF Cobas - perch� con le cessioni di ramo d''azienda si  buttano via impiegati a tempo indeterminato per assumere un mare di  precari, salvo poi scaricarli quando non riescono a centrare i  risultati richiesti in termini di profitto". E il tutto si svolge "in  clamoroso contrasto con la legge Biagi", osserva Maurizio Zipponi,  responsabile nazionale Dipartimento al lavoro Prc, ossia  strumentalizzando le opportunità concesse dalla normativa. In questi  casi, infatti, "la cessione di ramo non riguarda entità già  precedentemente autonome, come previsto dalla legge - precisa - e non  avviene a parità di condizioni per il lavoratore". Che "diventa  strumento per trarre profitto - incalza Carnovale - a danno di SSN e malati".

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